LIBERAMI: LA RECENSIONE

Liberami non è il solito film sugli esorcismi, non è un film dell’orrore intenzionato a far paura. Piuttosto, è un documentario etnoantropologico sulla Chiesa di Padre Cataldo, un prete di Palermo acclamato come una rockstar da individui convinti di essere posseduti dal demonio. La filmmaker Federica Di Giacomo si limita a riprendere scene quotidiane, non vuole scandalizzare né far propendere lo spettatore verso una conversione demoniaca; nello stesso tempo, l’approccio della macchina da presa è neutrale, non intervenendo mai nelle azioni dei personaggi: in Liberami non ci sono interviste, né voci fuori campo, ma soltanto uno sguardo oggettivo che vuole prendere consapevolezza di cosa sta accadendo.

Forse, quello che spaventa di più in Liberami è la naturalezza con cui Padre Cataldo (caratterizzato, oltretutto, da simpatia umana) e le persone che si rivolgono a lui bisognose di aiuto parlano di possessione, demonio e liberazione luciferina. Spesso, l’effetto è involontariamente comico: come, per esempio, nella scena in cui Padre Cataldo, appena poco dopo aver compiuto un esorcismo telefonico, fa gli auguri natalizi alla persona appena “liberata” e alla sua famiglia; oppure, quando allontana in maniera scocciata una fedele che gli si è avvicinata per pregare ad alta voce, mentre lui è impegnato a concentrarsi su un esorcismo. Liberami, vincitore della sezione Orizzonti all’ultima Mostra di Venezia, diverte e inquieta: sui titoli di coda, viene ricordato come le richieste di esorcismi siano in enorme crescita in tutto il mondo, dalle diocesi di Madrid e Roma a quelle degli Stati Uniti, per evidenziare che si tratta di un fenomeno non soltanto locale, ma globale.

Secondo Federica Di Giacomo «il fenomeno degli esorcismi non è però legato alle condizioni sociali, economiche e culturali delle persone, ma a qualcosa d’altro». Sarebbe stata quindi interessante anche un’ulteriore indagine, comparando la comunità siciliana magari con un’altra comunità religiosa, in un ambiente di diversa estrazione sociale. Liberami riesce nell’impresa di contaminare nello spettatore il dubbio che dietro a tutto questo non ci sia soltanto superstizione, ma la sensazione che la brava filmmaker potesse spingersi oltre rimane.

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