“MUSTANG”

In un paesino della costa turca Lale e le sue quattro sorelle maggiori festeggiano la fine dell’anno scolastico giocando nell’acqua a cavalcioni dei loro compagni maschi. Un gesto innocente che viene però subito interpretato come scandaloso dagli adulti del luogo. Per punirle lo zio, a cui sono state affidate dopo la morte dei genitori, prima le tiene segregate in casa e poi decide di trovare loro un marito. Un’imposizione violenta che susciterà in Lale il desiderio di fuggire a Istanbul ad ogni costo.

Figlia di un diplomatico, Deniz Gamze Ergüven è nata in Turchia, ma ha studiato in Francia. Al suo primo lungometraggio ha già raggiunto l’obiettivo di rappresentare la Francia agli Oscar 2015 come miglior film straniero. In realtà, produzione francese a parte, Mustang è stato girato in Turchia ed è un film turco a tutti gli effetti. La regista mette subito in risalto il contrasto tra il legittimo desiderio di libertà delle ragazze, ben rappresentato dal cavallo selvatico che da il titolo al film, e l’ottusa mentalità della società turca più arretrata (quella moderna e liberale è concentrata a Istanbul, dove abita la loro ex insegnante, per questo considerata dalle ragazze come un luogo di salvezza). Un contrasto via via più oppressivo e insostenibile, che segna tutte le sorelle, pur nella diversità dei loro animi e delle loro personalità. Ancora oggi in Turchia si vuole imporre un modo di vita e di sessualità alle donne già in età pre adolescenziale, organizzando matrimoni senza la minima voce in capitolo da parte delle interessate: la regista lo sostiene in modo pacato, mostrandoci tutto con toni sommessi anche nei momenti più drammatici, preoccupandosi di interpretare i sentimenti delle sue giovanissime e straordinarie protagoniste, a partire da Lale, che fa da voce narrante alla vicenda. Solo una donna avrebbe potuto raccontare in modo così profondo le altre donne. Anche se ci sono affinità con Il giardino delle vergini suicide di Sofia Coppola, Mustang brilla di luce propria, convince e commuove e ci fa sperare che ancora una volta il cinema serva per aprire gli occhi e il cuore di chi è sordo a ogni anelito di libertà e di civiltà.

Valerio Guslandi

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