This Day Won’t Last – Recensione del film in concorso a Pesaro 57

L’esordio del tunisino Mouaad el Salem (proiettato il 21 giugno e su MYmovies fino al 24) è uno dei più sorprendenti tra i primi titoli visti in concorso al 57esimo Pesaro Film Festival

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Siamo ormai abituati a vedere volti in diretta streaming da ogni parte del mondo, e già questa ci pare una limitazione alla nostra (sacrosanta) esigenza di visione e socialità in presenza. Ma che effetto può fare il collegamento con un regista che non può (oltre a non voler) mostrarsi in viso? È accaduto alla presentazione di This Day Won’t Last, uno dei film proiettati durante la prima giornata (21 giugno al Teatro Sperimentale) dedicata alla sezione Concorso della 57esima Mostra Internazionale del Nuovo Cinema – Pesaro Film Festival. Esordio del tunisino Mouaad el Salem, che ha dialogato il giorno successivo con il pubblico del Cinema Astra pesarese, ma appunto senza mostrare la sua faccia, sostituita da una schermata verde. Nessuna eccentricità d’artista o problema tecnico, ma ulteriore emblema dell’atto coraggioso e rischioso che ha rappresentato per il regista comporre il suo film di 26 minuti sul tradimento e fallimento delle speranze alimentate dalla Primavera Araba.

Il film, infatti, come spiega lo stesso Mouaad el Salem, «parla di tutti gli omosessuali tunisini» (da cui in parte la scelta di non inquadrarsi, né durante il film né in conferenza) che hanno contribuito a fare la rivoluzione nel 2011 ma vedono tuttora mantenuto l’odioso articolo 230, che punisce l’omosessualità con il carcere fino a 3 anni. Un’eredità perversa del colonialismo francese (la legge risale al 1913) che oggi trova una sponda nel versante più conservativo della religione e (soprattutto) nei politici e negli attori sociali in genere che la strumentalizzano. Il film allora è un diario clandestino insieme privato e pubblico, onirico e frammentato nella congerie di immagini analogiche e digitali, foto e filmati realizzati tra smartphone (ma stavolta il lockdown non c’entra), MiniDV e fotocamera usa e getta. Dove l’autore riesce a fare della paura (dell’essere gay dove non è ammesso e dello star girando un film sull’argomento) parte della propria fisionomia stilistica, oltre che del proprio contenuto politico.

È un canto di rivolta insieme sussurrato e gridato questo esordio fatto di foto(grammi) rubati, sbilenchi, precari, tremanti per il timore di essere scoperti, incerti se fuggire o restare. La domanda angosciosa che percorre il film, non a caso, riguarda l’andarsene o meno dal proprio Paese. «Non credo che scappare sia la risposta», dice il regista, e forse è ancora lecito (almeno) sperare che “questo giorno non durerà”, una delle scritte sui muri che testimonia una resistenza affiorante (sempre più) a fatica per le strade e sulla pelle, nel tatuaggio con scritto “umanità” sul corpo di una ragazza o in una manifestazione di protesta per i diritti LGBT+. È una Tunisia giovane che canta Imagine e non vuole morire di repressione, ma nemmeno rinnegare le proprie radici. Perché rinunciando a quelle, dice il regista, «morirò».

Tra i primi titoli in concorso a Pesaro 57, tutti in un modo o nell’altro tesi alla riflessione sullo statuto dell’immagine (classica o contemporanea, concreta o astratta, congelata dal lockdown o tesa a scandagliare le profondità oceaniche delle memorie familiari), This Day Won’t Last è forse quello che più di tutti riesce a far avvertire l’urgenza fisica e morale di tale interrogazione. E a renderla gesto oltre i confini dell’opera, evento insieme estetico e militante nella stessa non-apparizione pubblica di chi l’ha realizzato. Visionabile fino a giovedì (ore 15.30 su MYmovies). E, in virtù di quella politica senza steccati del Festival, che affianca in competizione corti di dieci minuti accanto a lungometraggi di due ore, anche papabile per la vittoria tra i film in concorso.