Red Zone – 22 miglia di fuoco, la recensione

Usa, 2018 Regia Peter Berg Interpreti Mark Wahlberg, Lauren Cohan, Ronda Rousey, John Malkovich, Iko Uwais, Terry Kinney, David Garelik, Sala Baker, Poorna Jagannathan Distribuzione Universal Pictures per Lucky Red Durata 1h e 34′

Al cinema dal 15 novembre 2018

LA STORIA – James Silva è il capo di uno speciale commando di una supertecnologica organizzazione paramilitare d’elite: “siamo l’opzione 3, quando diplomazia ed esercito sono inutili o falliscono”. Li vediamo all’opera mentre liquidano con efficiente spietatezza un covo di spie russe negli USA e poi in un paese (corrotto e alleato) dell’Asia del Sud Est, a Indocar City, dove un poliziotto sembra in grado di rivelar loro dove si trovino delle pericolosissime partite di cesio, in grado ognuna di provocare esplosioni atomiche “pari alla somma di Hiroshima e Nagasaki”. Li Noor (questo è il suo nome) in cambio di rivelare il codice per decrittare una chiavetta a tempo con i luoghi del materiale, vuole immunità e un passaggio per gli Stati Uniti. Ebbene, quelle ventidue miglia che separano la sede dell’Ambasciata americana all’aereo che li porterà negli States saranno ventidue miglia infernali, tutte scontri, attentati, agguati catastrofici.

L’OPINIONE – Primo (probabile) capitolo di una nuova serie action (una trilogia), prodotta da Wahlberg e diretta da Peter Berg (ormai affiatatissimi e sodali: insieme hanno già lavorato in Lone Survivor, Deepwater, Boston-Caccia all’uomo), Red Zone può anche incuriosire per la strana mistura di azione adrenalinica e stucchevoli spiegazioni didascalico-filosofiche in cui eccellono proprio il protagonista Silva/Wahlberg (“Il male esiste. L’orrore esiste, Il grande gioco continua”) e il suo capo Bishop/Malkovich, al servizio di un “personaggio eroe” (Silva appunto) di rara, scostante, sgradevolezza (Callaghan al confronto era un buontempone piacione).

Silva, definito bipolare dai suoi colleghi, geniale mente velocissima che si esprime mitragliando pensieri e battute spesso provocatorie o sarcastiche, praticamente privo di empatia, eccelle anche nel maltrattare verbalmente tutti, persino quelli che lui stima e in fondo prova affetto (“questo è un lavoro tetro, Alice, e sei tu che l’hai voluto!”), come la collega Alice Kerr, tostissima ma anche alle prese con un divorzio devastante che le sta sottraendo la figlia (la interpreta Lauren Cohan, la Maggie Greene di The Walking Dead).

In effetti in questo supervideogame a ostacoli, concepito da subito (secondo i soliti standard del genere) con lo stesso Wahlberg in mente e che richiama per sintetica stringatezza certi action orientali (Hong Kong e Corea, non per niente tra i produttori ci sono anche i cinesi Huayi Brothers specializzati in kolossal) ma girato inopinatamente a Bogotà, Colombia, il tipo di più forte impatto è stranamente Li Noor. Quando lo vediamo massacrare con un braccio legato al letto due sicari in una lunga e coreografica sequenza di arti marziali (usando per armi sanitari di ogni sorta), in quella che è di gran lunga la scena più riuscita ed eccitante del film, ci siamo illuminati e lo abbiamo riconosciuto: è Iko Uwais, atletico e agilissimo attore indonesiano protagonista dei cult action (quelli sì) The Raid e The Raid 2.