Regina – Recensione – TFF38

Al Torino Film Festival è la volta del lungometraggio italiano in concorso, Regina, diretto da Alessandro Grande e interpretato da Francesco Montanari e Ginevra Francesconi

In concorso al Torino Film Festival anche un lungometraggio italiano, Regina (in streaming fino a venerdì ore 14 e distribuito da Adler), presentato dal regista Alessandro Grande (anche sceneggiatore con Mariano Di Nardo) e dai protagonisti Francesco Montanari e Ginevra Francesconi. Per Grande (David di Donatello e nomination ai Nastri d’argento rispettivamente per i corti Bismillah e Margerita), un esordio nel lungometraggio già maturo e personale, intimo ma attento alla focalizzazione del contesto, una Calabria lacustre, (sempre più) fredda e scevra da facili cliché. Al centro il rapporto complesso tra Luigi, padre amorevole ma immaturo, e la quindicenne Regina, che oltre ai disagi dell’adolescenza deve affrontare, con il genitore, la perdita recente della madre. A rompere il già delicato equilibrio tra i due, un tragico incidente in barca che metterà ancora più in luce l’incapacità di Luigi ad affrontare le conseguenze delle proprie azioni.

C’è un momento, negli ottanta minuti del lungometraggio, in cui la vicenda potrebbe prendere addirittura le piega del thriller, ma a Grande interessa piuttosto costruire un dramma familiare teso e insieme delicato, che esplora le contraddizioni dei due protagonisti, ben delineati e sorretti dalle performance degli interpreti. Il regista, racconta Montanari «ci ha immerso in prove costanti, estenuanti e bellissime», perché tra i due si percepisse una reale empatia padre-figlia: e quindi, aggiunge scherzosamente l’attore, «adesso il problema è che ho una figlia adottiva!». «Insieme ai personaggi di Regina e Luigi», afferma invece Francesconi (tra i suoi film precedenti, Famosa e The Nest), «sono cresciuta molto anch’io. Grazie alle tante prove che abbiamo fatto prima delle riprese si è creato davvero questo rapporto. Se nella scena dovevo ridere insieme a mio padre, sentivo di ridere davvero, se dovevo emozionarmi mi emozionavo davvero».

Tra le fonti di ispirazione, per Grande, il saggio dello psicanalista Massimo Recalcati Il complesso di Telemaco, che riflette sull’incapacità di molti padri di oggi di assumersi le proprie responsabilità: «È una delle tante letture che ho fatto insieme allo sceneggiatore per documentarmi», dice il regista, e infatti «Regina, come Telemaco, aspetta sulle rive del fiume suo padre», affinché lui possa darle i punti di riferimento che non ha. Per costruire il personaggio di Luigi, afferma Montanari, «abbiamo lavorato sul suo senso di colpa e il suo non voler vedere la realtà», mentre in certi momenti «sembra quasi che Regina sia la mamma».

Al fascino del film contribuisce l’ambientazione inconsueta, in un paesaggio dove la fotografia (diretta da Francesco Di Pierro) parte, spiega Grande, da «un leggero sole che riscalda i volti dei personaggi», per poi raffreddarsi scoprendo «un clima molto più rigido che è metafora del rapporto tra i due che si stanno pian piano dividendo». Molto curata anche la componente musicale, importante per la caratterizzazione dei due personaggi (Luigi è un ex musicista, Regina vive a sua volta il sogno di diventare cantautrice). «Non tutti sanno che io volevo fare il cantante», racconta il regista, «ho iniziato cantando, la musica è stata da sempre una componente della mia vita».

E il film a questo proposito ci riserva un cameo di Brunori Sas, dietro la cui partecipazione c’è anche un aneddoto divertente: racconta infatti il regista che, quando contattò Brunori, questi inizialmente gli rispose: «Alessandro, mi dispiace comunicarti che non potrò prendere parte al tuo film in quanto tu sei catanzarese e io cosentino, e tu sai la rivalità che c’è tra i due territori calabri!».

Emanuele Bucci