Riot Police (Antidisturbios)- La recensione dei primi due episodi (TFF38)

Al Torino Film Festival (sezione Le stanze di Rol) i primi due episodi della serie co-ideata e diretta dall’acclamato Rodrigo Sorogoyen, incentrata sulla polizia antisommossa di Madrid

Nella Spagna contemporanea la nuova serialità, più che un’ondata, è un fuoco in cui bruciano non solo i codici di genere, ma anche (e soprattutto) le tensioni sociali e politiche più urgenti e irrisolte di un Paese (e non solo uno). Lo dimostra in pieno Riot Police (titolo originale Antidisturbios), la serie poliziesca di Movistar + (con The Lab e Caballo Films) diretta da Rodrigo Sorogoyen, anche ideatore con la sua abituale co-sceneggiatrice Isabel Peña (che ha scritto gli episodi con Eduardo Villanueva, Sofía Fábregas e il regista). Al Torino Film Festival (nella sezione “di genere” Le stanze di Rol) abbiamo potuto vedere in anteprima i primi due capitoli (su sei) di questo tesissimo affresco corale sulla polizia dei reparti antisommossa (gli “antidisturbios”, appunto) di Madrid.

Ma lo spaccato, lo si intuisce fin dal primo episodio, è sulla crisi di un’intera società, di cui i poliziotti protagonisti, pedoni e braccio armato di un (dis)ordine dove spesso legalità non fa rima con giustizia, sono l’emblema. Quasi un A.C.A.B. trasportato nella Spagna di qualche anno fa, ma l’attualità delle questioni affrontate (Covid a parte) è rimasta intatta, e se possibile cresciuta. Basti pensare alla lunga, incalzante e tragica sequenza dello sfratto, che occupa gran parte del primo episodio e sembra scritta con un occhio alle discussioni innescate dal Black Lives Matter. In realtà, però il progetto risale al 2014, e nel frattempo il regista si è affermato tra i nomi più interessanti del cinema iberico recente. Lungometraggi come i pluripremiati Che Dio ci perdoni (2016) e El Reino (2018, quest’ultimo è valso a Sorogoyen anche il Goya alla regia) sono il prologo implicito di Riot Police. Mostrando, sotto le lenti del noir e del thriller, polizie (e poliziotti) allo sbando, classi dirigenti corrotte e conflitti etici, politici, sociali che covano fino a esplodere.

Stavolta, la posta è ancora più alta: e grazie alla dilatazione e scansione in puntate aumentano personaggi e sfaccettature. A cominciare dai sette agenti antidisturbios, Diego (il regista-attore Raúl Arévalo), Álex (Álex García), Salva (Hovik Keuchkerian, già visto ne La casa di carta), Úbeda (Roberto Álamo, Goya per Che Dio ci perdoni), Rubén (Patrick Criado) e Bermejo (Raúl Prieto). Ognuno un diverso lato non solo della professione esercitata ma anche di una coscienza maschile in crisi, tra violenza, stanchezza, omertà, depressione e altri scheletri nell’armadio.

E un’idea vincente della serie, lo si intuisce già bene da questi due atti, è quello di contrapporre sistematicamente a questi uomini figure femminili forti, in grado di fronteggiarli psicologicamente, eticamente e socialmente: come la rappresentante degli affittuari sfrattati e, soprattutto, l’agente degli Affari Interni Laia (Vicky Luengo): personaggio chiave (con cui si apre, non a caso, la serie), che nelle intenzioni dei creatori rappresenta «una trascrizione di noi stessi, delle nostre paure, pregiudizi e desideri».

Se è difficile giudicare già dal primo terzo la tenuta dell’ambizioso racconto di Sorogoyen e Peña, si può senz’altro dire che il potenziale dell’avvio è notevole, dalle parti di un realismo adrenalinico degno di Kathryn Bigelow. Dove la rapidità del montaggio, il precipitare soffocante degli eventi e la prospettiva distorta dal grandangolo si confermano marchi di fabbrica del regista di El Reino. E, sempre come in quest’ultimo, il gioco sottilmente ambiguo è a destabilizzare lo spettatore, mostrando criticamente un contesto controverso ma avvicinandosi pericolosamente al punto di vista di chi vive e opera al suo interno, per poi rimescolare ancora le carte. Una di quelle proverbiali partenze che ti invogliano a continuare.

Voto: ***½

Emanuele Bucci