ROBIN WILLIAMS: I 4 NUOVI FILM IN CUI LO RIVEDREMO

Merry Friggin’ Christmas, di cui è appena stato rilasciato il trailer, è solo uno dei film postumi di Robin Williams che, come malinconici saluti, ripercorrono le tonalità della sua carriera. Ecco i titoli in cui lo rivedremo ancora e l’emozionante ricordo dell’attore firmato da Andrea Morandi su Ciak di settembre: dalle lezioni del professor Keating a Mrs. Doubtfire, da Peter Pan a Jumanji, tutte le cose che ci ha insegnato Robin Williams

I FILM POSTUMI

merry-friggin-christmasIl 7 novembre uscirà negli Stati Uniti la commedia natalizia Merry Friggin’ Christmas, uno dei prossimi film postumi che Robin Williams ha lasciato al pubblico dopo l’enorme vuoto della sua tragica scomparsa. Il trailer del film diretto dal britannico Tristram Shapeero, rilasciato proprio in queste ore, ci mostra un Robin Williams comico e divertente, protagonista di una commedia degli equivoci tipicamente americana interpretata da Joel McHale, Clark Duke e Laren Grahm. In Merry Friggin’ Christmas l’ex Peter Pan veste i panni di uno strampalato padre che si mette in viaggio con i suoi due adulti figli nel tentativo di recuperare i regali natalizi prima dell’alba. Merry Friggin’ Christmas non ha ancora una data di uscita italiana, al contrario di Una Notte al Museo 3 – Il Segreto del Faraone dove Williams tornerà nel celebre ruolo di Teddy Roosvelt al fianco di Ben Stiller. Il terzo capitolo della saga diretta da Shawn Levy infatti uscirà in USA il 19 dicembre e il 28 gennaio in Italia. Tra i film postumi di Robin Williams però non ci sono solo commedie. L’attore recita insieme ad Annette Bening in The Face of Love, presentato al Festival di Toronto nel 2013, opera diretta da Arie Posin e incentrata sull’elaborazione del lutto di una donna che perde il marito e successivamente resta coinvolta in un nuovo amore con il sosia del compagno scomparso, interpretato da Ed Harris. Nella prossima stagione uscirà anche Boulevard, applauditissimo all’ultimo Tribeca Film Festival. La pellicola, diretta da Dito Montiel, vede Williams interprete intimo e malinconico di un uomo che, stufo di fingere, rivela a se stesso la sua sopita omosessualità durante una lunghissima notte di confessioni e rivelazioni.

Damiano Panattoni

IL NOSTRO UOMO DEI SOGNI

L'attimo fuggente«E ora, miei adorati, imparerete di nuovo a pensare con la vostra testa. Imparerete ad assaporare parole e linguaggio. Qualunque cosa si dica in giro, parole e idee possono cambiare il mondo ».  Ascoltavamo quelle battute affondati nella quarta fila di un cinema di provincia, consapevoli che erano dirette a noi, seduti in sala, a bocca aperta, la testa attraversata da un lampo di lucidità. Erano gli ultimi giorni di ottobre del 1989 e Robin Williams – con L’attimo fuggente – era divenuto, in un istante, un secondo padre per milioni di adolescenti, un adulto dallo sguardo dolce che minava alla base tutto ciò odiavamo, ovvero accademia e autorità. Ribelle gentile, talento istintivo pazzesco mai piegato a maniera o metodo, Williams, più che un semplice attore, era un’attitudine di vita, uno stato mentale che metteva la fantasia al potere e sosteneva che le risate potessero liberare l’individuo, allo stesso modo della conoscenza. E non è certo un caso – non è mai un caso – se in gran parte della sua filmografia l’attore abbia incarnato proprio la figura dell’irregolare, un maverick mai disposto a scendere a compromessi, a seguire le regole imposte da altri, fossero quelle dell’esercito (Good Morning Vietnam), di una vecchia e rigida scuola (L’attimo fuggente), di un ospedale (Risvegli e Patch Adams) o addirittura quelle convenzionali di una famiglia (Mrs. Doubtfire). E allora noi, in quel 1989, ancora al riparo da Facebook, Twitter e dall’eccesso di comunicazione che ci avrebbe inquinato poi, ritagliavamo le pagine di Ciak con sopra le sue foto e mettevamo in fila le videocassette, una dopo l’altra, da Hook – Capitan Uncino a La leggenda del re pescatore (tra i suoi cinque capolavori), raccogliendo su diari e quaderni le frasi di quel folle, lucidissimo, sabotatore di convenzioni: «Medicina, legge, economia, ingegneria sono nobili professioni, necessarie al nostro sostentamento », spiegava ne L’attimo fuggente, «ma la poesia, la bellezza, il romanticismo, l’amore, sono queste le cose che ci tengono in vita ». E film dopo film, ci trasformavamo in suoi discepoli, adepti di quell’imprevista ondata di in-coscienza, ascoltavamo e scrutavamo sullo schermo il nostro nuovo idolo capace non solo di sbeffeggiare chiunque – armato solo di ironia e talento – ma anche di farci amare William Shakespeare e ascoltare i vecchi dischi di Louis Armstrong. Lo ergevamo a maestro di vita, anche se qualcosa poi, mica la capivamo, come Toys o L’uomo bicentenario, ma non importava, perché ciò che importava era sempre e solo lui, il modo in cui coltivava i nostri sogni (perfino i giochi da tavolo, Jumanji), quelle espressioni, il sorriso, l’andatura, lo sguardo diventato ormai quello di uno di famiglia, il nostro personale Peter Pan di Hollywood che ci ricordava l’importanza dei sogni e delle parole di Robert Frost, che noi, obbedienti, mandavamo a memoria come un mantra: «Due strade trovai nel bosco e io, io scelsi quella meno battuta. Ed è per questo che sono diverso ».

Adesso che se n’è andato – suicida proprio come il fragile Neil alla fine de L’attimo fuggente – di lui ci rimane negli occhi un’eredità enorme e nel cuore una galleria di personaggi (dal DJ anarchico Cronauer al barbone poeta Parry, senza dimenticare almeno The Final Cut, Il papà migliore del mondo e i film con Altman, Nolan, Van Sant e Coppola), ma soprattutto l’idea di un cinema che insegni a vivere, un luogo virtuale in cui magia e pedagogia non facciano rima casualmente, ma si fondino per creare uno strumento potentissimo che non sia solo intrattenimento, anzi, al contrario. Lungo tutta la sua carriera Williams ha dato consapevolezza all’adolescenza di due generazioni ma, nonostante i suoi film tra il 1988 e il 1994 abbiano incassato qualcosa come 3 miliardi di dollari portando al cinema milioni di spettatori, ognuno di noi aveva il suo personale rapporto  cinematografico con lui, ognuno di noi nel buio della sala contemplava quella buffa creatura, cercava di imitarne gesti e smorfie, imparava a memoria le battute, tentava di carpirne il segreto per poi replicarlo e tentare l’impossibile sogno che ha, in fondo al cuore, ogni amante del cinema: far assomigliare la vita ai film che ama. Non ci siamo mai riusciti, ça va sans dire, e alla fine siamo cresciuti anche noi, invecchiati, diventati distratti e frettolosi proprio come l’avvocato di Hook, mentre lui continuava – da Vhs a Dvd a Blu-ray – a allevare altri ragazzini come lo eravamo stati noi nel 1989. Ogni tanto lo incrociavamo – grazie a Insomnia di Nolan o al sinistro One Hour Photo di Romanek – e con un’alzata di spalle ci meravigliavamo di come fosse diventato, di quanto fosse cambiato, quasi irriconoscibile. «Ma è inevitabile, quando inizi a crescere, il tuo cuore comincia a morire », diceva, cinica, Ally Sheedy in Breakfast Club. Aveva ragione. Ed era successo anche a noi che, anno dopo anno, ce lo siamo (quasi) dimenticati, fino alla mattina dell’11 agosto, quando – tramite Twitter, per caso – ci è arrivata addosso la notizia che era morto, suicida, solo come nessuno merita di finire, portandosi dietro un brandello della nostra età dell’innocenza, di quel tempo perduto che (anche) lui contribuì a rendere speciale, schierandosi sempre dalla nostra parte. E adesso siamo qui, attoniti davanti a un foglio bianco, tutti orfani, come Todd, Knox, Neil e gli altri alunni di Welton, in piedi su banchi di scuola che non hanno più senso di esistere, figli di un padre meraviglioso che credevamo molto più forte di quanto non fosse e che invece, dietro il sorriso e le smorfie di alieno da Ork, nascondeva l’inferno. «Sai quel luogo che sta tra il sogno e la veglia, dove ti ricordi ancora che stavi sognando? Quello è il luogo dove io ti amerò per sempre », gli sussurrava all’orecchio la Campanellino di Julia Roberts in Hook. Ed è proprio lì, al riparo da una notizia a cui ancora non vogliamo credere, dove ti verremo sempre a cercare anche noi, caro, vecchio, Robin Williams

Andrea Morandi