“ROOM”: LA RECENSIONE!

Id. Irlanda/Canada, 2015 Regia Lenny Abrahamson Interpreti Brie Larson, Jacob Tremblay, Joan Allen, William H. Macy Distribuzione Universal Durata 1h e 58′

In sala dal 

3 marzo

Jake ha cinque anni ed è sempre vissuto segregato con la madre in una stanza piccolissima. In effetti la donna è stata sequestrata da un maniaco psicopatico che l’ha rinchiusa, abusando di lei. Ma ora Mamma ha un piano per scappare, pericolosissimo e totalmente affidato al piccolo che peraltro è cresciuto con una concezione tutta sua su ciò che è vero o reale.

Da un romanzo di Emma Donoghue (Stanza, letto, armadio, specchio, edito da Mondadori) e adattato per lo schermo dalla stessa, un dramma psicologico di un’esperienza al limite (il racconto è ispirato lontanamente al caso Fritzl in Austria e al piccolo Felix). La grande idea del racconto è quella di sposare il punto di vista di Jake, intelligentissimo e sensibile ma che vive con una visione distorta e particolare delle cose: “quando avevo quattro anni non sapevo che il mondo esisteva…”. L’irlandese regista Lenny Abrahamson (Adam & Paul, Garage, nonché il bizzarro Frank) ha la gentilezza di tocco e il mestiere per renderci partecipi della complessità di una situazione così traumatica e dall’equilibrio labile, dove una prigione squallida può diventare anche luogo di rassicurazione e nostalgia, e dove sono magari gli adulti a non riuscire a superare lo shock della scomparsa, della prigione, del ritorno alla normalità. Da aggiungere che questo prezioso e difficile amalgama tra psicodramma, sentimenti e thriller, non si sarebbe potuto ottenere senza la stupefacente aderenza degli interpreti. E non si intende solo Brie Larson (Don Jon, Un disastro di ragazza), che pure ha vinto l’Oscar per la Miglior Attrice Protagonista (a film, regista e adattamento solo la Nomination), ma anche la stupefacente, empatica e commovente performance del canadese di 10 anni (beh, più giovane era proprio impossibile) Jacob Tremblay, figlio di una casalinga e di un detective. Il tempo dirà se si tratta del tipico baby attore prodigio destinato a un solo exploit o dei primi passi di una carriera mirabile. Le premesse, stando all’espressività controllata con cui ha saputo commuoverci e coinvolgerci, sono le migliori.

 

Massimo Lastrucci