Samosely: la storia vera dei residenti illegali di Chernobyl

C’è un manipolo di circa 1500 persone che da 30 anni sfidano l’impensabile: vivere a Chernobyl all’interno dell’area interdetta, contaminata dalle radiazioni. Ci vivono perché quella è la loro terra, sono le loro case, e dopo il disastro nucleare dell’esplosione alla centrale russa, il 26 aprile 1986, hanno deciso di non andarsene. A raccontarle è lo straordinario documentario di Fabrizio Bancale Samosely, così come vengono chiamati i “residenti illegali” di Chernobyl. Il regista è andato a incontrarli di persona: ha vissuto insieme a loro per una settimana nell’area proibita.

Samosely nasce da un progetto indipendente senza finanziamenti: «Ci siamo messi in macchina da Roma a Chernobyl, in quattro con le attrezzature per girare: io, il direttore della fotografia, l’addetto audio e l’interprete. Abbiamo dormito nei sacchi a peli in una casa abbandonata», racconta il regista. Ma il film ha già trovato la sua strada: è stato presentato al Festival di Pesaro e ha vinto il Social World Film Festival.

I “samosely” Evgenji e Viktorovna con il regista

Bancale, chi sono i samosely e perché sono rimasti?
Sono in gran parte contadini che vivono dei prodotti che coltivano e dei loro animali. Sono quelli che all’epoca del disastro, quando l’area è stata evacuata, hanno ritenuto più pericoloso delle radiazioni l’essere sradicati dalla loro terra e ritrovarsi in un palazzone nel centro di Kiev, con l’impossibilità assoluta di integrarsi con la comunità locale perché erano indicati da tutti come gli untori di Chernobyl. La gente li guardava e si metteva le mascherine. Sarebbero stati destinati a morte sociale. Davanti a questa alternativa hanno pensato che fosse meglio restare nelle loro terre e magari morire, ma come hanno sempre vissuto. E poi c’è un forte attaccamento alla terra, tipico della tradizione sovietica.

C’è anche una coppia che, nel 1986, aveva poco più di vent’anni…
La loro forse è la scelta più strana. Hanno vissuto per un po’ di tempo fuori ma non sono riusciti a ricostruirsi altrove una loro esistenza, sentivano la mancanza del piccolo mondo che si erano costruiti a Chernobyl nel periodo migliore della loro vita. E così sono tornati.

Per tutti è stata una scelta consapevole, ma vivere in una zona radioattiva sembra comunque un’idea folle…
Prima di partire lo pensavo anch’io, dopo quasi ho capito le loro ragioni. La loro vita nella natura e nella solitudine, per quanto per noi occidentali sembri assurda, non era tanto diversa neanche prima del disastro. Tutto, in realtà, è contrassegnato da un’incredibile serenità. Quando nomini loro gli animali a due teste visti sui giornali dopo l’esplosione, si mettono a ridere. Quasi come se raccontassimo loro una fiaba.

Come si entra nella zona interdetta, nel raggio di 30 chilometri dalla centrale?
Con permessi speciali, paramilitari. Sette giorni è la permanenza massima concessa ai civili. Entrare nella zona non mi ha fatto impressione: l’adrenalina era forte, sembrava quasi di andare in un posto di guerra. Col senno di poi, forse ho fatto cose davvero rischiose, ho mangiato funghi, patate, pesce della zona.

La troupe di Samosely

Cos’è rimasto a Chernobyl?
Non ci sono negozi. Centinaia di operai lavorano alla ricostruzione del sarcofago che ricopre il reattore esploso: hanno creato una piccola comunità con un piccolo spaccio. Ma gli addetti si alternano ogni 4 mesi proprio per non essere troppo esposti alle radiazioni, quindi non sono stanziali. Il paesaggio invece è verde, rigoglioso, con molti animali. La natura ha trovato stupefacenti anticorpi e contromosse al disastro.

Perché i samosely, che mangiano da 30 anni cibo radioattivo, non si sono ammalati?
Non ho voluto dare spiegazioni scientifiche, volevo un racconto più emotivo e antropologico. Ognuno la pensi come vuole: sono dei supereroi? Un fisico nucleare mi ha spiegato che i liquidatori e le persone nei dintorni della centrale sono morte al momento dell’esplosione perché le radiazioni hanno bruciato i loro organi interni. Successivamente le radiazioni possono danneggiare il sistema riproduttivo anche a distanza di anni, per questo ci sono stati tanti bimbi con malformazioni, i cosiddetti “figli di Chernobyl”. Invece l’organismo adulto, già formato, o sviluppa il tumore alla tiroide oppure riesce ad espellere le radiazioni assorbite, come capita anche a noi con le radiazioni di basso livello alle quali siamo esposti tutti i giorni.

La “samosely” Anna

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