ORSON WELLES: 100 ANNI DI GENIO. TUTTI I SUOI FILM ATTRAVERSO LE SUE PAROLE

DI MASSIMO LASTRUCCI

orson wellesOrson Welles è nato esattamente 100 fa, il 6 maggio 1915 a Kenosha, nel Wisconsin (sarebbe morto nella amata/detestata Hollywood il 10 ottobre 1985). Dunque esattamente 100 fa nasceva uno degli dei del cinema, uno dei pochi in grado di trasformare la propria opera in leggenda, anzi facendo di se stesso una leggenda.

Tutto in lui era “Bigger than Life”, più grande della vita. Dall’aspetto (naso piccolo escluso) alla voce (stentorea e inadatta a ruoli secondari), da un talento per lo spettacolo esibito quasi dall’infanzia per puro piacere e capace tanto di capolavori quanto di spettacolari fallimenti, cui hanno fatto sempre compagnia l’integrità artistica e una indomabile pulsione verso l’autodissipazione (perché non sempre è stata colpa del sistema gretto e bottegaio).

E tutto in lui è diventato motivo di leggenda, di culto. Dalla clamorosa entrata in scena da enfant prodige nel teatro impegnato e radical (in cui tra l’altro cominciò a sperimentare con la cinepresa per inserti speciali, vedi quel delizioso Too Much Johnson considerato perduto, poi ritrovato e riproposto alle Giornate del Cinema Muto di Pordenone lo scorso anno) agli esperimenti con la radio (ancora oggi è ricordato il panico che provocò la sua versione – a 23 anni – di La guerra dei Mondi nel 1938, drammatizzata come fosse un avvenimento in diretta!), alla chiamata a Hollywood preceduto dalla nomea/fama del genio, che lui confermò realizzando subito il suo capolavoro, uno di quei film che riscrivono e determinano la storia della settima arte, Quarto potere (1941). E poi la caduta dall’Olimpo per eccesso di indipendenza (ma anche forse per un’allegra e arrogante sicurezza di sé), l’autoesilio in Europa (1948), i decenni spesi nella caricatura del titano mal compreso (ma di raffinata e profonda cultura artistica e politica); sempre alla ricerca del denaro necessario per filmare trovato con “marchette” da attore in film spesso non alla sua altezza, fin troppo disponibile alla crapula e al divertimento (si veda tra l’altro la passione per i giochi di prestigio, la magia, i trucchi), con un costante repertorio/bagaglio di battute e riflessioni da mandare a memoria, per il sollucchero dei fan cinefili che in Europa (più in Francia che in Italia) non gli sono mai mancati.

Orson Welles con la terza moglie Paola Mori
Orson Welles con la terza moglie Paola Mori

Insomma un genio cui tutto gli riusciva troppo facile, tranne quello che avrebbe veramente voluto, cioé fare i film che voleva lui, come li voleva lui. Appena 12 sono state le opere distribuite con la firma Orson Welles, quasi sempre manipolate (da altri), tagliate (da altri), realizzate avventurosamente. Eppure, nonostante tutte le difficoltà, qualcuna è oggettivamente riuscita come assoluta, magistrale opera d’arte cinematografica e tutte sono comunque straordinarie, meraviglie parziali ma affascinanti proprio per l’evidenza della loro non voluta imperfezione. Tanto che si venerano ancora persino le sue opere incomplete, frantumate magari in frattaglie di pellicola e di girato che lasciano solo intravedere il fulgore dell’intelligenza (It’s All True, uscito nel 1993, Don Quixote nel 1992 o The Other Side of the Wind che si dovrebbe vedere quest’anno a Cannes); come si adorano quelle in cui si ritiene abbia diretto qualcosa non accreditato (Terrore sul Mar Nero, Cagliostro, David e Golia, Tre individui tanto odio, La stella del sud) o persino i suoi tantissimi progetti mai concretizzati e rimasti sulla carta per il rimpianto comune.

Tra alcool, riflessioni, battute, comparsate (anche in tv che molto rispettava e stimava o in pubblicità), un corpo sempre più massiccio ed enorme, ottenne nel 1970 un Oscar (riparatorio) alla carriera, a bissare quello ottenuto nel 1942 per la miglior sceneggiatura di Quarto Potere. L’Europa che gli fece da rifugio e teatro peraltro non è che largheggiò nel frattempo con i riconoscimenti, una Palma d’oro a Cannes per Otello nel 1952 (ex aequo con Due soldi di speranza di Renato Castellani) e un Leone d’Oro alla carriera nel 1970 a Venezia.

Ebbe tre mogli: Virginia Nicholson, la star Rita Hayworth e l’italiana Paola Mori e da tutte ebbe un figlio. 122 i film in cui recita come attore (compresi i suoi) mentre come “personaggio” appare 48 volte su grande e piccolo schermo. Nel 1994 Davide Ferrario lo fece protagonista di un suo libro giallo, Dissolvenza al nero.

Qui sotto vi presentiamo la sua filmografia da regista (di lungometraggi) con la valutazione (nostra) e i commenti affidati alle sue stesse parole (riprese da vari libri), ma non possiamo non lasciarlo senza una delle sue battute più belle, una di quelle che ce lo rivelano per quell’appassionato, entusiasta e affascinato – nonostante sconfitte e ingiustizie patite – dal lavoro che si era scelto che era: “Il cinema è il più bel trenino elettrico che sia mai stato inventato”.

Orson_Welles-Citizen_Kane1QUARTO POTERE (USA, 1941). Con O.W., Joseph Cotten, Everett Sloane. 5 stelle

«Quando girai Quarto potere non ne sapevo abbastanza di cinema ed ero costantemente incoraggiato da Gregg Toland (il direttore della fotografia) che sotto l’influsso di John Ford mi diceva “metti tutto in una sola ripresa, non fare nient’altro ». In altre parole, gira la scena per intero e senza stacchi e non girare riprese alternative. Questa era l’influenza di Toland.” (da Io Orson Welles, di Peter Bodganovich, Baldini & Castoldi)

«Orson non ha mai avuto una gran stima di sé come attore. Era ossessionato dall’idea di dover “sentire” di più le scene, di essere troppo intellettuale, di non riuscire a provare l’emozione necessaria per trasfondere tutto se stesso nella parte. Quando giunse il momento della scena in cui distrugge i mobili, sistemò sul set ben quattro macchine da presa, perché, ovviamente non avrebbe potuto riprendere la scena troppe volte.  Di fatto la realizzò al secondo tentativo: in tutt’e due si gettò nell’azione con un fervore che non avevo mai visto in lui. Sembrava di essere in presenza d’un uomo che usciva se stesso. Alla fine scese dal set con le mani tremanti e congestionato. Non riusciva a reggersi in piedi ma era esultante: “ce l’ho fatta – gridava – son riuscito a sentirlo!” » (ricordo dell’attore William Alland, riportato in Orson Welles, di Joseph McBride, Milano Libri)

Orson Welles e Tim Holt sul set di L'orgoglio degli Amberson
Orson Welles e Tim Holt sul set di L’orgoglio degli Amberson

L’ORGOGLIO DEGLI AMBERSON (USA, 1942). Con Tim Holt, Joseph Cotten, Dolores Costello. 5 stelle

«Hanno lasciato che It’s All True, Terrore sul Mar nero e gli Amberson diventassero perdite secche. Se non fossero state perdite secche avrebbero fatto la figura degli scemi a non tenermi. Se solo uno di quei film era un successo, loro erano dei deficienti. Quell’anno lo slogan della RKO fu “Uomini di spettacolo, non geni”. Lo fecero stampare su tutta la carta da lettere (…) Gli Amberson uscì dappertutto senza pubblicità adeguata, senza anteprime per la stampa: morto. Tutto organizzato perché non succedesse niente e di fatto andò così » (da Io Orson Welles, di Peter Bodganovich, op. cit.)

«Fu deciso che L’orgoglio degli Amberson (131 minuti) era troppo demoralizzante, con la disintegrazione della famiglia, lenta e implacabile. Welles aveva realizzato un film altamente disturbante, uno sguardo cupo sui valori e sui comportamenti umani che i primi spettatori trovarono inaccettabile. Della scena finale, giudicata da Welles l’essenza del film, fu ordinato il taglio » (James Howard, The Complete film of Orson Welles, ed. Citadel)

Stranger2LO STRANIERO (USA, 1946). Con O.W., Loretta Young, Edward G. Robinson. 3 stelle

«Non c’è niente di mio in nel film. E’ John Huston che ha scritto la sceneggiatura, senza figurare nei titoli di testa. L’ho girato per dimostrare che potevo essere un buon regista, come chiunque altro, e, per di più, in dieci giorni meno del tempo previsto per le riprese. (…) Tuttavia non l’ho fatto con cinismo. Non ho cercato di abborracciarlo. Al contrario, ho cercato di fare del mio meglio. Ma tra tutti i miei film è quello di cui sono meno l’autore. Le uniche piccole cose che mi piacciono davvero sono le annotazioni sulla città, il droghiere, i particolari di questo tipo » (da Orson Welles, di André Bazin, GS editrice)

signora di shanghaiLA SIGNORA DI SHANGAI (USA, 1946). Con O.W., Rita Hayworth, Everett Sloane. 4 stelle

«Io e Rita (Hayworth) eravamo separati da u n paio d’anni. Lei voleva fare il film e la cosa ci ha riportato insieme per un po’. La signora di Shangai era stato scritto per un’attrice diversissima (Barbara Laage), non per una grande star. E poi naturalmente, quando divorziammo poco dopo le rirpese, circolò la teoria che tutta l’operazione era una specie di sinistra vendetta consumata sulla povera Rita. In effetti, l’idea di Harry (Cohn, il produttore) e di Rita era che lei interpretasse il ruolo della protagonista, trasformando il progetto in un grosso, costoso film di serie A con la Hayworth; l’ultima cosa che desideravo fare io » (da Io Orson Welles, di Peter Bodganovich, op. cit.)

macbethMACBETH (USA, 1948). Con O.W., Jeanette Nolan, Dan O’Herlihy. 4 stelle

«Macbeth è un uomo detestabile finché non diventa re e, una volta incoronato, è spacciato. Ma dal momento in cui è spacciato diventa un grand’uomo. Fino a quel momento è vittima della moglie e dell’ambizione e l’ambizione è una cosa odiosa, una debolezza. Shakespeare ha sempre scelto grandi temi. Quando fa di Macbeth un re siamo solo a metà del terzo atto; restano due atti e mezzo in cui Shakespeare può finalmente respirare e dire: ho chiuso con questa dannata ambizione, ora posso mettermi a parlare di un grand’uomo che sa apprezzare il buon vino ». (da Orson Welles, di André Bazin, op. cit.)

«Ho girato il Macbeth in 23 giorni perché non sono riuscito a trovare i soldi per farlo in 24. La nostra migliore ripresa di massa è stata quella in cui le forze di Macduff assaltano il castello. Dà un vivissimo segnale di irgenza, perché in realtà avevamo appena dato il segnale della pausa di mezzogiorno e tutte quelle comparse correvano a mangiare » (da Io Orson Welles, di Peter Bodganovich, op. cit.)

othelloOTELLO (Italia/Fr., 1952). Con O.W., Michéal MacLiammoir, Suzanne Clouthier. 5 stelle

«Ho girato la cena sulla spiaggia tra Iago e Otello in una sola carrellata, senza stacchi (…) Il film è stato girato a pezzi. Per tre volte ho dovuto interrompere le riprese, cercare i soldi e ricominciare; cioé mi si vede guardare fuoricampo a sinistra e quando si stacca su quello che sto guardando siamo in un altro continente, un anno dopo. E dunque nel film ci sono molti più stacchi di quelli che avrei voluto (Truffaut afferma che Otello conta su 2000 inquadrature circa, contro le 562 di Quarto potere e che L’orgoglio degli Amberson ne aveva sicuramente meno della metà, n.d.r.); non era scritto così, ma ho dovuto farli perché non avevo mai il cast completo a disposizione. Per quella riprese avevo il cast – Iago e Otello – e un ambiente vastissimo dove si poteva girare tutta la scena. Così per una volta ho fatto una scena senza stacchi. Ecco tutto ». (da Io Orson Welles, di Peter Bodganovich, op. cit.)

 

Rapporto-confidenzialeRAPPORTO CONFIDENZIALE (Sp./Fr./G.B./ 1955). Con O.W., Paola Mori, Robert Arden. 3 stelle

«Arkadin è un personaggio, non un eroe. Non ho mai interpretato eroi al cinema. Arkadin è l’espressione di un certo modo europeo. Avrebbe potuto essere greco, russo, georgiano. E’ esattamente come se venisse da una regione selvaggia, si insediasse in una antica civiltà europea e per sfruttarla usasse quella specie di energia e di intelligenza proprie del barbaro. (…) Questo genere di personaggio è ammirevole: solo la morale di Arkadin è detestabile, non però la sua indole perché è coraggioso e appassionato. Ed è il motivo per cui io detesto Harry Lime (il suo indimenticabile personaggio di Il terzo uomo, n.d.r.): non ha passioni, è freddo. E’ Lucifero l’angelo decaduto » (da Orson Welles, di André Bazin, op. cit.)

l'infernale quinlanL’INFERNALE QUINLAN (USA, 1958). Con O.W., Charlton Heston, Marlene Dietrich. 4 stelle

«Qui ho fatto un’inquadratura con 14 attori che si svolge in tre stanze, che passa dal dettaglio al totale ecc. e che dura quasi una bobina; è stata di gran lunga la cosa più costosa del film (…) Per me Quinlan è odioso; non c’è ambiguità nel suo carattere. Non è un genio, è un maestro nel suo genere, un maestro di provincia, ma è un uomo detestabile. Quel che ho messo di personale nel film è il mio odio verso l’abuso che la polizia fa del suo potere » (da Orson Welles, di André Bazin, op. cit.)

Welles e Anthony Perkins sul set di Il processo
Welles e Anthony Perkins sul set di Il processo

IL PROCESSO (Fr./ Italia/ Germ., 1962). Con Anthony Perkins, O.W., Jeanne Moreau. 3 stelle

«Sapete cosa è successo a Il processo? A due settimane dalla partenza da Parigi per la Jugoslavia, ci hanno detto che non era più il caso di preparare una sola scena laggiù perché il produttore aveva già fatto un altro film in Jugoslavia e non aveva ancora pagato i debiti. Ecco perché si è dovuto utilizzare questa stazione fuori uso. Avevo progettato un film tutto diverso. Tutto è stato inventato all’ultimo minuto, perché il mio film era differente nell’intera concezione. Si basava sull’assenza della scenografia » (da Orson l’infernale Welles, Dino Audino ed.)

FALSTAFF (Sp./Svizz., 1966). Con O.W., John Gielgud, Jeanne Moreau. 4 stelle

«Falstaff è un film di attori. Non soltanto la mia parte, ma anche tutte le altre sono adatte a valorizzare dei buoni attori…E’ un personaggio grande quanto Don Chisciotte. Anche se Shakespeare avessse creato solo questo personaggio gli sarebbe bastato per essere immortale » (da Orson l’infernale Welles, op. cit.)

Una storia immortaleSTORIA IMMORTALE (Fr., 1968). Con O.W., Jeanne Moreau, Roger Coggio. 3 stelle

«E’ l’opera più teatrale della carriera di Welles. La scena è semplice e spoglia, i sostegni sono esposti alla nostra ispezione, i risultati sono dichiarati e ripetuti in chiavi diverse, i personaggi sono coscienti dei ruoli. Un’ulteriore particolarità: Storia immortale è una miniatura, lunga meno di un’ora ed è il primo film a colori di Welles dai tempi di It’s All True » (Orson Welles, di Joseph McBride, Secker & Warburg)

f for fakeF COME FALSO (Iran/Fr./Germ., 1973). Con O.W., Oja Kodar. 3 stelle

«Signore e signori, questo è un film sull’inganno, sulla truffa, sulle bugie. Sia che la raccontiate in casa o in piazza o in un film, comunque ogni storia conterrà sempre una parte di menzogna. Ma non questa volta. Questa è una promessa. Per la prossima ora, qualsiasi cosa sentirete sarà totalmente vera e bastata su fatti solidi » (introduzione di Welles al film).

«La mia carriera è cominciata con un falso, l’invasione dei marziani. Avrei dovuto andare in prigione. Non devo lamentarmi. Sono finito a Hollywood » (battuta del film)