SERIE TV: DAL FINALE DI “HOMELAND 4” ALL’EVOLUZIONE DEL POLITICAL DRAMA

Trasmesso in contemporanea con gli Stati Uniti, si è concluso il 26 dicembre scorso il quarto capitolo di Homeland, serie tv trasmessa oltreoceano da Showtime, visibile in Italia sul canale satellitare Fox Italia. (Attenzione: contiene spoiler!)

Con lo sguardo smarrito di Carrie Mathison (Claire Danes), delusa ed incredula per la scelta compiuta dal suo amico e mentore Saul (Mandy Patinkin), colpevole di essere passato, per puro tornaconto, in quella zona grigia del potere dove i confini che separano buoni e cattivi sono indistinti, sulle concitate note jazz, leitmotiv musicale della serie, la quarta stagione di Homeland si congeda dai suoi spettatori, con un finale andato in onda in Italia in contemporanea con gli Stati Unito lo scorso 26 dicembre, lasciando dietro di sé una scia di polemiche (prima su tutte quella che vede protagonisti i diplomatici pachistani presenti sul suolo americano, indignati per come la serie abbia ritratto il loro Paese) ma, al tempo stesso, la riconferma della sua indiscussa qualità.

Homeland
Homeland

Long Time Coming, ultimo episodio diretto da Lesli Linka Glatter, ha visto schierare in due opposte fazioni il pubblico affezionato alla serie creata da Howard Gordon e Alex Gansa. Dopo l’adrenalinica escalation di azione delle ultime puntate c’era chi auspicava un finale altrettanto concitato ed è rimasto deluso dai più pacati toni che caratterizzano la conclusione di Homeland. Il ritorno a Washington di Carrie per il funerale del padre, dopo la missione ad Islamabad, è l’espediente utilizzato da Meredith Stiehm, autrice dell’episodio, per permettere di riprendere le fila delle varie sezioni narrative aperte mostrandone l’evoluzione finale e, al tempo stesso, con quel finale aperto, costruire il ponte narrativo che sarà alla base della quinta stagione.

Homeland, nata dieci anni dopo il fatidico 11/09 e apprezzata per la sua attinenza al reale anche da Barack Obama, segna il punto di svolta del linguaggio e della narrazione politica all’interno di una serie tv, portando nelle case degli americani, con la figura dell’ex Marine Nicholas Brody convertito alla causa terroristica di al-Qaida dopo otto anni di prigionia, una serie di riflessioni su terrorismo e su patriottismo proprio all’inizio dell’era politica segnata dalla morte di Bin Laden. La serie è uno spartiacque narrativo/linguistico tra produzioni precedenti come The West Wing e 24 e House of Cards. L’evoluzione è indubbiamente dovuta anche al cambiamento apportato al linguaggio e alla narrazione politica messa in atto dalla Obama2008, campagna elettorale 2.0 del futuro Presidente degli Stati Uniti che, per innovazione (dovuta anche all’innovazione tecnologica) e rilevanza storica può essere paragonata all’impatto sociale dato da quella di John F. Kennedy nel lontano 1960.

West Wing
The West Wing

Se The West Wing – Tutti gli uomini del Presidente, creata da Aaron Sorkin, era una risposta liberale alla presidenza di George W. Bush(sebbene la prima stagione veda la luce alla fine dell’era Clinton travolto dallo scandalo Lewinsky e sull’orlo dell’impeachment) e annovera tra gli autori l’ex capo speechwriter di Al Gore e assistente speciale di Bill Clinton, Eli Attie, la cui esperienza sarà decisiva per dare alla serie l’ aderenza con ciò che accadeva realmente alla Casa Bianca, Homeland si concentra sulle conseguenze che la politica della “guerra preventiva”, alla base della dottrina Bush e portata avanti da Obama stesso, ha generato, mostrando la fitta rete di contatti creati dall’intelligence americana per catturare i nemici che minacciano la libertà della bandiera, e l’evoluzione tecnologica (satelliti, droni, armi sofisticate contro fucili ed esplosivo) che non sempre ha la meglio.

House of Cards
House of Cards

Menzione speciale per House of Cards – Gli intrighi del potere, creatura nata dalla penna di Michael Dobbs (politico conservatore inglese) e adattamento dell’omonima miniserie targata BBC degli anni ’90. Prodotta da David Fincher e trasmessa da Netflix, la serie amata da Barack Obama è incentrata sulla scalata al potere di Frank Underwood (Kevin Spacey), politico democratico che per raggiungere i propri obiettivi manipola, tra ars oratoria, strategie politiche e omicidi, tutti coloro gravitino nel suo raggio d’azione. Se The West Wing rappresentava il lato buono della politica e i suoi ideali, House of Cards è il suo diretto opposto, celebrale e machiavellico nel mostrare l’arte della politica. Il cinismo spietato di Frank, che si rivolge direttamente in camera per parlare allo spettatore, rompendo così la quarta parete, esprime il fallimento della politica di rappresentare, attraverso i suoi delegati nelle stanze del potere, la volontà degli elettori, mostrando come il potere sia nelle mani di pochi che lo piegano ai propri interessi.

scandal
Scandal

Nella terra di mezzo tra The West Wing e House Of Cards si collocano prodotti come Scandal, nato dall’inventiva di Shonda Rhimes, il cui pregio è mostrarci il dietro le quinte di una campagna elettorale e i recenti Madame Secretary e State of Affairs che mancano, però, di quella potenza narrativa che contraddistingue i predecessori. Tanto meglio, dunque, produzioni come Veep, creatura satirica di Armando Iannucci che si prende apertamente gioco della politica americana o Alpha House, prima serie tv ad essere prodotta da Amazon, che segue le vicende di quattro senatori repubblicani, coinquilini di un appartamento a Washington, tra situazioni comiche e irriverenti grazie a un cast che vanta nomi del calibro di John Goodman e la partecipazione di Bill Murray.

Manuela Santacatterina