“GOMORRA – LA SERIE”: LA RECENSIONE DEL SESTO EPISODIO

ATTENZIONE: L’ARTICOLO CONTIENE SPOILER

È il momento dell’azione. Dopo cinque episodi di relativa calma – stiamo sempre parlando di efferati assassini – Gomorra ci regala una puntata piena di adrenalina perché non tutti sono contenti degli accordi presi da Ciro e Genny.

A dimostrare subito la sua insofferenza ci pensa Don Pietro. L’uomo è furioso con il figlio da cui si sente tradito. Mancando totalmente di lucidità, decide di abbandonare il suo bunker per andare a rimproverare personalmente Gennaro. È evidente, il boss ha due limiti: non ha compreso le regole di base della latitanza e non sa fare il padre. Ne è una lampante dimostrazione la scena dell’incontro tra i due Savastano in una gioielleria messa a disposizione da persone compiacenti. Il vecchio camorrista usa “il santino” di donna Imma come carta per fare leva sui sensi di colpa del ragazzo, oltre che per vomitargli addosso tutto il suo rancore. Ma il “bamboccione” di casa è diventato un uomo sicuro di sé che non cede al ricatto morale ma rivendica le proprie scelte per poi esigere un po’ di fiducia, lasciando il padre attonito. Insomma gioco, partita e incontro vanno alla nuova generazione della famiglia che appare più prudente e lungimirante di quanto avremmo mai potuto sperare.

Ma non tutti hanno la saggezza di Genny. Essere stati confinati nel proprio rione con il conseguente netto calo degli introiti criminali, crea molta irritazione tra le nuove leve del clan. E indovinate chi se ne approfitta? Ciro di Marzio che spaccia droga con la stessa abilità con cui semina zizzania. E infatti nonostante i richiami all’ordine degli affiliati più anziani, un gruppo di giovani organizza una vera e propria rivolta. Il loro capo è O’ Track interpretato da Carmine Monaco, bravissimo nel farci detestare fin da subito il suo personaggio, una specie di Joffrey Baratheon di Secondigliano. Armati fino ai denti, i ragazzi compiono loro missione in una sequenza a metà tra un film di guerra e Arancia meccanica. Non si risparmia su granate e sparatorie, per la felicità di coloro che si lamentavano per la (presunta) eccessiva verbosità degli episodi precedenti.

L’insubordinazione scatena quindi un domino di reazioni perché sminuisce il ruolo di Genny e rende ancora più appetibile l’idea di passare dalla parte degli scissionisti. Nel caos generale spetta quindi al neo capoclan tentare la mediazione. I giovani affiliati però sono delle mine vaganti. Le buone maniere con loro non funzionano: “i girati” agiscono per istinto e cupidigia, non accettano la gerarchia e sono pronti a spargere sangue ad ogni occasione. Di fatto la spaccatura interna al clan è netta e tutti si ammazzano tra loro «come i cani», esattamente come era nei piani di Ciro. A tutto questo si aggiunge la sentenza lapidaria di Don Pietro: «La parola di Gennaro a sto punto non conta più un cazzo». Questo significa che la situazione, già esplosiva, è vicina all’escalation. Qualcuno riuscirà ad uscirne vivo?

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