So Long, My Son: il film cinese che ha commosso Berlino

Un bambino che muore annegato, il lutto di due genitori, il senso di colpa di una famiglia di amici, un’adozione, una fuga, il riaffiorare di dolorose memorie. Il cinese Wang Xiaoshuai ci regala in So Long, My Son, il film più bello visto a questa Berlinale (insieme a La paranza dei bambini di Claudio Giovannesi e God Exists, Her Name Is Petrunya della macedone Teona Strugar Mitevska), una straordinaria epopea famigliare sullo sfondo di un paese teatro negli ultimi trent’anni di profondi e spesso traumatici cambiamenti.

Il regista affronta i temi della colpa, del perdono e della riconciliazione mettendo a fuoco ferite personali e collettive in un film che non solo racconta una vicenda umana appassionante, ma utilizza una messa in scena di grande fascino e impatto emotivo. Wang Xiaoshuai mescola continuamente i piani temporali per ricostruire un puzzle che scena dopo scena rivela l’accaduto al pubblico, chiamato a rivivere insieme ai personaggi un affascinante percorso di recupero della memoria, tra schegge e frammenti che forniscono nuovi dettagli, raccordi narrativi sorprendenti e spiazzanti.

Dimenticare il passato per guardare solo al futuro è il motto dei cinesi, ma il passato non può più essere trascurato. «È necessario oggi più che mai imparare da quello che è stato per non commettere più inutili errori», dice il regista. «Più che le cause dei profondi cambiamenti politici e sociali mi interessa raccontare il coraggio, l’ottimismo delle persone che accettano i cambiamenti senza perdere la speranza. Racconto la vita che va avanti nonostante le tragedie inaspettate, e la forza di quelle persone che nonostante tutto non smettono di amare, di essere gentili e di cercare una nuova felicità». «Raccontare la storia non seguendo un ordine cronologico – aggiunge infine il regista – è una scelta rischiosa, ma è l’unica in grado di restituire allo spettatore il senso della vita rievocata dalla memoria e dalle emozioni che abbiamo provato».