SOGNO DI UNA MADRE, DA GRAMELLINI A BELLOCCHIO

Proteggersi dalla verità oppure rifugiarsi nella menzogna o nella fantasia quando la realtà si rivela insostenibile? Fai bei sogni di Marco Bellocchio apre la Quinzaine des Réalisateurs, la sezione parallela del festival di Cannes che ospita anche Paolo Virzì e Claudio Giovannesi. Dopo Vincere, il regista torna a Cannes con una storia ispirata al romanzo autobiografico di Massimo Gramellini, bestseller nel 2012. Una vita segnata dalla morte della madre è il racconto sofferto dello scrittore e giornalista che ha rinunciato a partecipare alla sceneggiatura, lasciando che il film sia soltanto del regista. Al suo posto lascia parlare Valerio Mastandrea, alter ego del giornalista de La Stampa, che porta alla luce il sottile equilibrio tra detto e non detto, il dramma di un “orfano nel paese dei mammoni” e la sua ossessiva ricerca di una figura materna che infine trova in Elisa, l’attrice francese di origini argentine Bérénice Bejo.

 LA STORIA Torino, 1969. Massimo, un ragazzino di nove anni, perde sua madre in circostanze misteriose. Qualche giorno dopo, suo padre lo porta da un prete che gli spiega che la mamma è ormai in Paradiso, ma lui rifiuta comunque di accettare questa brutale scomparsa. Anno 1990, Massimo è diventato un giornalista affermato, ma il suo passato lo perseguita. Le ferite della sua infanzia tornano a ossessionarlo. 
Con il libro di Gramellini in mano, Bellocchio ha accolto il giornalista nel suo studio quando ebbe l’idea del film: aveva una copia della storia straripante di appunti. Eppure racconta oggi il regista a Cannes: «Nessuno vedeva la relazione tra Gramellini e Bellocchio. Invece il punto di partenza è stata proprio la storia di questo dramma terribile della morte di una madre amata. Io in effetti avevo iniziato con un film in cui il protagonista buttava giù la mamma, ma era una figura negativa, invece la madre di Massimo è meravigliosa»

Così Gramellini ha lasciato carta bianca al regista, sapeva che Bellocchio ha una personalità troppo forte per tradurre semplicemente in immagini la sua vita. E anche Valerio Mastandrea, alter ego del giornalista, non ha voluto identificarsi con il protagonista in modo totalizzante proprio per evitare i naturali confronti tra libro e film: «Ho detto a Gramellini non ti cercare quando mi vedi perché non ti troverai». 

DAL LIBRO AL FILM In realtà il giornalista avrebbe preferito fare della sua storia una serie tv o, meglio ancora, niente. Sarà stata poi l’abilità del regista di aver colto nella bugia la chiave di lettura. Ventitré bugie per l’esattezza, conta Bellocchio, reggono la grande messa in scena della morte della madre, che esplode in una verità agghiacciante, nascosta per quarant’anni in un articolo di cronaca locale. E in fondo, il film è stato per l’autore del libro meglio di una seduta di psicanalisi. Ha colto il senso profondo che a volte sfugge quando si vedono le cose troppo da vicino; ha capito infine il senso di colpa che affliggeva il padre, il fatto di non essersi svegliato quando la madre si era alzata dal letto per l’ultima volta. Ha visto la madre correre verso di lui e abbracciarlo commossa, ma la madre era l’attrice Barbara Ronchi. Sul set non ci è più tornato. Il secondo ciak in programma quel giorno era la scena in cui la madre si congeda definitivamente dal figlio, gli rimbocca le coperte e gli augura bei sogni. Gramellini riscopre così il cinema-terapia, e sul suo giornale aveva confessato di attendere il film con più curiosità che timore, per vederlo magari a Cannes mescolato ai colleghi della stampa. 

IL NON CONCORSO Oltre la grande storia d’amore dunque, “il tema centrale è quanto uno vuole vedere di sé, quanto è difficile accettare le cose che non si possono accettare – spiega Mastandrea – è stato quello che mi ha fatto accettare la parte”. 
Di ruoli ne ha due Valerio Mastandrea alla 69a edizione del festival di Cannes, dove partecipa oltre che per Fai bei sogni anche per Fiore di Claudio Giovannesi, entrambi nella Quinzaine des Réalisateurs. «Presentare il mio film a un concorso che non è un concorso, alla mia età queste cose non vorrei più farle, però poi uno lo fa…» ammette Belloccio, che forse non ha ancora raggiunto quel lucido distacco di Woody Allen: «Le gare sono qualcosa d’incomprensibile, non è possibile dire se sia meglio Matisse o Van Gogh»