SONS OF ANARCHY 6

Su Fox dall’8 dicembre

Sons-of-anarchyNon c’è nulla da fare. Ogni volta che una serie, da Breaking Bad ad House of Cards, possiede una particolare forza drammatica, l’aggettivo di rigore è e resta “shakespeariano”. Una (ovvia) riprova non solo della capacità unica dell’autore elisabettiano di sondare il territorio più oscuro dell’animo umano, ma anche della modernità del materiale narrativo shakespeariano, che può essere eternamente riletto, adattato, reinterpretato. Sons of Anarchy è probabilmente l’esperimento più eccentrico e più riuscito. Kurt Sutter, l’autore di culto che ha creato (e prodotto, diretto, pure interpretato) la serie nata nel 2008, è infatti riuscito, a dispetto di ogni logica, ad infondere un profondità e un’epica shakespeariana ad un materiale narrativo di natura pulp ad action. Protagonista della serie è infatti una banda fuorilegge di motociclisti. L’immagine classica e ormai stantia, almeno fin dai tempi (anni Cinquanta) in cui Marlon Brando interpretò Il selvaggio, è quella di un gruppo di outsider anachici con giubbotto nero e in simbiosi con la propria Harley, che fanno guai in giro per le strade. Sons-of-anarchySutter, invece (che per scrivere la sua storia ha frequentato una banda reale della California) ha trasformato i suoi SOA in un universo mitico e tragico, con un padre-fondatore rivoluzionario, morto in circostanze poco chiare, e un figlio eroe shakespeariano che, nell’arco delle prime cinque stagioni ha compiuto un doloroso percorso dall’innocenza dell’adolescenza, al rifiuto dell’eredità “dinastica”, fino alla dolorosa consapevolezza della maturità, circondato da segreti, tradimenti, morti, la perdita di ogni idealità e una lotta per il potere che si fa sempre più crudele. Una narrazione potente, con dialoghi profondi e continui colpi di scena, che si apre coi toni di Amleto e approda, per ora almeno, all’orrore senza possibilità di riscatto di Macbeth. In questa sesta stagione (la settima sarà anche quella conclusiva), che ruota in parte intorno all’accusa di aver fornito l’arma ad un ragazzino che ha compiuto una strage a scuola, fra vendette, omicidi e il graduale dissolvimento del club, si affaccia prepotente anche una tematica edipica, una madre lady Macbeth, distruttiva e ferina.

Stefano Lusardi