Stanlio e Ollio, il biopic con Steve Coogan e John C. Reilly che fa sorridere e commuovere: la recensione

Stanlio e Ollio

Steve Coogan e John C. Reilly ricreano la magia di due giganti come Laurel e Hardy, senza stonare nel confronto, nel biopic Stanlio e Ollio. Ecco la nostra recensione.

In sala dal 1° maggio

LA STORIA – Anno 1953. Stan Laurel & Oliver Hardy, cioé Stanlio e Ollio, sono agli sgoccioli di una carriera leggendaria. Si riuniscono per una tournèe in Inghilterra che si snoda soprattutto tra grigi teatri di provincia, con Laurel che continua a pensare e sfornare gag per un possibile promesso film su Robin Hood (ma il produttore si defila) e Hardy che si lascia trasportare, scommette alle corse (perdendo sempre) e peggiora ogni giorno di salute. Una opportuna campagna promozionale risolleverà clamorosamente le sorti di un’avventura inglese partita tristemente, ma non tanto quelle personali della coppia, quasi costretta dall’ingaggio e la coabitazione forzata a conoscersi di nuovo e dimenticare antichi dissapori, con i due caratteri che stridono a contatto (troppo concentrato sul lavoro e controllato Stanlio, troppo passivo e dissipatore Ollio), nonostante la comune naturale gentilezza d’animo. Oltretutto l’arrivo delle loro ultime mogli, Isa Kitaeva Laurel e Lucille Hardy, non contribuisce di certo a rasserenare la situazione. Sarà però un serio malore di Ollio a riavvicinare questa formidabile coppia, finalmente unita nell’affetto reciproco come lo è sul palcoscenico, come “due piselli in un guscio”.

L’OPINIONE – Di solito le biografie sono tremende, quelle che poi riguardano personaggi adorati, che fanno parte della compagnia stabile del nostro immaginario fanno accapponare la pelle solo all’idea. Invece Stanlio e Ollio è un biopic delicato, che fa sorridere e commuovere (come recita lo slogan sulla locandina), che rispetta i miti e ne ingigantisce persino il lato nascosto, quello umano. Qual è il segreto della riuscita di Stanlio e Ollio, terzo lungometraggio di Jon S. Baird (dopo Cass e Filth, ma anche tanta tv alla BBC), in uscita a qualche mese dalla anteprima alla Festa del Cinema di Roma? Una buona risposta la fornisce Steve Coogan, l’interprete di Stanlio e che come lui collabora molto ai progetti in cui crede; parlando della sceneggiatura di Jeff Pope (con lui aveva già lavorato in Philomena) dice: “Spesso l’errore sta nel cercare di tracciare una biografia raccontando cronologicamente la vita di una persona. Invece è meglio mettere in luce un aspetto specifico della sua esistenza e scoprire molte cose da quello spaccato. Si può cogliere l’umanità in un solo istante“.

Così il film che pure non lesina in flashback (per noi fan inveterati autentiche carezze al cuore, pasticcini di delizia e pathos), vedi il lavoro su I fanciulli del west o la prosaicità (anche meschina) della vita sul set che si illumina di misteriosa poesia solo nel momento in cui loro recitano, si concentra su quando gli eroi sono stanchi, quando da ragazzi irresistibili mostrano le crepe dietro il sublime affiatamento della recitazione a due, quando Hardy è più malandato e “alla deriva” e Laurel nasconde dietro la fucina di battute la consapevolezza di essere al crepuscolo della loro vita professionale. Un taglio difficile da cogliere, se non ci fossero a disposizione due attori capaci di immergersi totalmente nel ruolo, senza annegare e senza sovrapporsi. E quando ballano (sostituendosi agli originali sulla vecchia pellicola) o trattengono le emozioni nel gioco della recitazione e dissimulazione come filosofia e rispetto del prossimo, Steve Coogan e John C. Reilly (nomination ai Golden Globe per la performance) ribadiscono di essere due grandi della scena. Perché solo se si è intensi, intelligenti e disponibili si può ricreare la magia di reinventare/raccontare due giganti come Laurel e Hardy senza stonare nel confronto.