Stephen Frears, un’altra Regina per parlarci di tolleranza

È arrivato nel pomeriggio a Lecce dall’aeroporto di Bari in auto, che ha voluto guidare personalmente – 160 Km di percorrenza, una bella sfida per un uomo di 75 anni abituato alla guida a sinistra. Il tempo di salire per pochi minuti nella camera dell’hotel per depositare i bagagli per poi scendere e sottoporsi al fuoco di fila delle domande dei giornalisti: è cominciata così l’avventura leccese di Stephen Frears, il grande regista inglese di film come My Beautiful Laundrette, Alta fedeltà, The Queen, Philomena e Florence, per citare solo alcuni dei più noti. Un’avventura che è proseguita in serata con l’apparizione sul palco del Multisala Massimo per l’incontro col pubblico e per ricevere l’Ulivo d’Oro alla carriera dalle mani di Alberto La Monica, direttore artistico del Festival del Cinema Europeo. E proprio l’Europa è stata oggetto di alcuni commenti amari di Frears, convinto sostenitore dell’Unione, che ha esordito dicendo «Questa potrebbe essere l’ultima volta che vengo in Italia da europeo» e che ha definito la Brexit «una catastrofe».

Stephen Frears, l’arrivo a Lecce

Naturalmente pubblico e giornalisti erano curiosi di sapere del suo prossimo film, attualmente in fase di post-produzione e in uscita a settembre, proprio in tempo per Venezia 74 («Il film sarà sicuramente finito, ma per andare a Venezia prima devo essere invitato!» ha scherzato). Il titolo originale è Victoria and Abdul, storia del profondo legame tra la regina Vittoria e il suo giovane servitore indiano di religione islamica, divenuto in poco tempo da semplice cameriere a figura di primo piano a corte, consulente per gli affari indiani e amico fidato di Sua Maestà. «Il film non è tratto da un romanzo, ma da un evento storico realmente accaduto» ha precisato il regista. «La regina Vittoria ha sempre avuto gusti particolari e si è circondata di uomini singolari, non soltanto il suo consorte Alberto, ma anche altri storicamente comprovati, come questo servitore islamico proveniente da Mumbai. Sicuramente una frequentazione su cui Donald Trump avrebbe qualcosa da ridire!».

Scritto da Lee Hall, lo sceneggiatore di Billy Eliott, Victoria and Abdul vede nei nobili panni della protagonista Judi Dench, alla sua terza collaborazione con Frears dopo Lady Henderson presenta e Philomena; Abdul invece è interpretato dalla star indiana Ali Fazal.

Stephen Frears durante l’incontro con i giornalisti

«Victoria and Abdul – ha continuato Frears – parla di tolleranza rispetto all’appartenenza religiosa, all’Islam. La Gran Bretagna è diventata un Paese multiculturale, ma alla cittadinanza non è stato chiesto se fosse a favore o contro questa scelta. È un fatto che è semplicemente accaduto, ed è stato un grande miglioramento. Ora invece abbiamo votato per la Brexit, quindi in qualche modo contro questa stessa realtà storica, e su ciò siamo un Paese profondamente diviso». 

Victoria and Abdul sarà quindi un nuovo tassello nella filmografia di un regista che ha raccontato regine e madri single, borghesi e proletari, clandestini e omosessuali, mettendo in luce le devianze e il razzismo della società britannica. Ma non per questo si ritiene del tutto un autore politicamente schierato. «Non mi definirei in questo modo» ha commentato. «Sicuramente ho parlato degli emarginati, ma non credo che da parte mia ci sia uno schieramento politico consapevole. C’è semmai fedeltà e coerenza con i miei valori. In particolare negli anni ’80 ho fatto delle scelte contrastando il governo britannico dell’epoca parlando di madri single e gay e attaccando Margaret Thatcher. Io vengo da un ambiente borghese e convenzionale, ciò che mi è stato insegnato è la tolleranza, il fatto che nel mondo esistono persone diverse. È il suo bello. Mi irrita profondamente che ci siano persone che non accettino quello che è altro da sé.»

E sul cinema italiano? «Per quanto riguarda gli autori contemporanei – ha risposto – conosco come tutti Paolo Sorrentino e ammiro molto Matteo Garrone. Naturalmente, come chiunque della mia generazione sono cresciuto con la grande epoca storica del neorealismo. E ricordo in particolare i meravigliosi film di Francesco Rosi».