“Suburbicon”: il noir di George Clooney sul lato oscuro dell’America

Left to right: Julianne Moore as Margaret and Matt Damon as Gardner in SUBURBICON, from Paramount Pictures and Black Bear Pictures.

Anno 1959: “città meravigliosa ed entusiasmante” la descrivono le brochures. In effetti Suburbicon pare il Paradiso perfetto per l’americano medio tipo: ovvero bianco, anglosassone, protestante. Senonché due avvenimenti distruggeranno il fasullo clima di armonia e conformismo che vi regna. Il trasferirsi di un coppia di colore e l’aggressione di due criminali in casa Lodge, con la morte della sventurata moglie da tempo immobilizzata su una sedia a rotelle.

Una “vecchia” sceneggiatura dei Coen, che risale ai tempi di Blood Simple (e si vede) è stata presa e portata su schermo dall’amico George Clooney (a oggi la sua miglior regia è Good Night, and Good Lock), a sua volta circondato da una allegra banda di star e amici (Matt Damon, Julianne Moore, Oscar Isaacs, Glenn Flesher). Risultato? Un noir grottesco e grondante colori e satira, che mette alla berlina la società USA del tempo (ma questa sembra diventare una costante nella Mostra, vedi anche The Shape of Water), la sua tracotante e razzista sicumera.

Bersaglio facile in effetti, ma il divertimento della trama sta soprattutto nell’incalzante intorcinarsi della stupidità del male (decisamente alla Coen, vedi anche Fargo), con gli attori rilassati e predisposti al meglio (mozione speciale a Oscar Isaacs, investigatore delle assicurazione che si crede molto furbo) e una fotografia coloratissima che promuove (non si sa quanto controvoglia) persino un’operazione nostalgica. Perché, è vero che ai Coen e a Clooney quell’epoca moralmente ripugna, ma quanto godono a riivisitare quell’ingenua e farisea innocenza, a utilizzare simboli, segnali e oggetti diventati in seguito delizie dei negozi di modernariato.