CHICCHE DAL WEB: “TAMA KELEN – IL VIAGGIO CHE INSEGNA”

Ogni film, breve o lungo che sia, vale per quello che racconta e per lo stile con cui lo si mette in scena. Però ci sono opere che acquistano ancora più valore per tutto ciò che sta oltre lo schermo: le ragioni per cui si è scelta una storia, il modo in cui è stato realizzato, il suo rapporto con la realtà. Tama Kelen è nato da un corso di cinema che il regista pugliese Michele Pinto ha tenuto a quindici giovani africani in fuga dalla guerra, accolti nella Casa Santa Croce di Andria. Gli “allievi” non sono solo i protagonisti del corto, ma sono anche gli autori della sceneggiatura, scritta con la supervisione di Raffaele Tedeschi, che ha curato anche il montaggio.

Partendo da queste premesse, Pinto è riuscito non solo a preservare il valore sociale e di documentazione di un’esperienza che sta alla base dell’opera (prodotta dalla sua Morpheus Ego in collaborazione con Equilibrio Dinamico, e con le associazioni Migrantes e Salah, e la Diocesi di Andria), ma soprattutto a trovare un’efficace e intelligente forma narrativa. Tama Kelen è infatti una favola universale e senza tempo. Ci sono un figlio e un padre che, seduti di fronte al mare, parlano dell’amore: il figlio teme di non poter conquistare la donna che ama, se non diventerà ricco e potente; il padre gli ricorda invece che la vera ricchezza non è quella del denaro o dei gioielli, ma la crescita culturale e spirituale. Se Tama Kelen era già un’opera di valore etico quando è apparsa sulla Rete, più di un anno fa, la sua importanza è ancora maggiore oggi, in cui si minacciano espulsioni di massa e l’innalzamento di muri, in quanto annienta la falsa “paura dell’altro” raccontando, con poesia e tenerezza, timori, speranze e sogni comuni a tutti gli uomini.

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Intervista a Michele Pinto

Laureato in legge con una tesi sulla censura cinematografica, il pugliese Michele Pinto (1975) ha frequentato diversi corsi di fotografia (anche con Vittorio Storaro) e regia (con Alessandro Piva e Abbas Kiarostami). Da oltre diciassette anni opera sia nel settore delle produzioni multimediali (nel 2000 ha fondato la sua casa produzione Morpheus Ego) che nella didattica cinematografica, per scuole, enti e associazioni. Come autore ha debuttato nel 2003 col documentario Don Tonino: orme nella storia, tracce nella memoria. Ha realizzato diversi corti (fra i quali Ubi Alma, 2007 (in onda su Sky); Mio figlio è l’albero, 2008 e Il bivio, 2011) e le webseries Chiamami (2010) e Bishonnen (2012/2015), premiata al Rome Web Awards. Alla loro ultima edizione, Pinto, con la sua Morpheus Ego, ha vinto ben otto premi: cinque per il corto social Tama Kelen (2015) e tre per il suo corto animato Alla scoperta dei quattro elementi. Ora sta lavorando al montaggio della sua nuova opera, Project M.

Come sei arrivato a fare cinema?

La passione è nata già nell’infanzia, ma il percorso è stato indiretto. Alle spalle ho un nonno preside laureato in lettere classiche e una madre docente di lettere. Ai miei genitori, l’idea di andarmene a Roma a frequentare il Centro Sperimentale, sembrava solo un sogno da ragazzo, per cui la strada obbligata è stata quella di una laurea in legge. Però con tesi in cinema, sulla storia della censura in Italia. A quel punto anche loro si sono arresi alla mia passione, così ho cominciato a frequentare diversi corsi di cinema, e, naturalmente, a divorare un’infinità di film, dagli action di John Woo agli horror di Sam Raimi, fino al Dogma di Von Trier e Vinterberg, un movimento che ho amato molto.

Tu oggi non sei solo autore, ma anche insegnante di cinema. Tama Kelen è nato proprio da uno stage che hai condotto. Quanto è collegata l’esperienza creativa a quella didattica?

In questi anni, oltre che con la struttura che ospita giovani rifugiati, ho insegnato cinema in quartieri degradati, ho lavorato anche in ospedale, nel reparto oncologico e in quello di dialisi. Tutto questo per me ha un doppio significato: da un lato essere parte attiva della realtà che mi circonda, dall’altro, come artista, crescere grazie a queste esperienze e dare un valore etico alla mia creatività. Tama Kelen, oltre che un corto, è anche una mostra di fotografie realizzate sul set dalla fotografa Maria Pansini: un evento replicato in diverse città della Puglia, per sensibilizzare le persone, farle riflettere su un tema importante.

Oltre ad opere di carattere sociale, quali generi cinematografici ti piace frequentare?

Non ho preclusioni, mi piace spaziare. Nel 2004, per esempio, sono riuscito a raccogliere 20 mila euro per un lungometraggio con uno stile da Blair Witch Project, La Torma, che parla di cavalieri templari in Puglia a caccia di un fantomatico tesoro. Invece, Chiamami, che è stata la prima webseries made in Puglia, è la storia di tre amici che si mettono a fare i gigolo: Antenna Sud l’ha mandata in onda per due anni di seguito. Bishonnen, l’altra mia webseries, utilizza la fine di una storia d’amore per affrontare il tema dello stalking. Ora sto finendo la post-produzione di Project M. che è di genere fantascientifico.

Ci vuoi anticipare qualcosa?

Senza svelare troppo, posso dire che è ambientato in un futuro cupo e terribile. Avrà un doppio formato: cortometraggio di venti minuti, ma anche webseries con puntate da sei minuti l’una. E’ un’opera finanziata dalla Diocesi di Andria, ma, per il tema che affronta, mi piacerebbe ottenesse il patrocinio di Amnesty International. In questo momento la copia di lavorazione è a Roma, presso gli studios della Leandor Visual Design di Stefano Indraccolo che ne sta curando tutti gli effetti speciali e dovremmo presentarla al pubblico a gennaio, di lì poi inizierà la sua avventura nei festival cinematografici e dedicati alle webseries.

Stefano Lusardi