The Ballad of Buster Scruggs, l’epopea western secondo i fratelli Coen

The Ballad of Buster Scruggs

LA STORIA – Sulle note struggenti di Streets of Laredo, come in un film di Walt Disney, in  The Ballad of Buster Scruggs si sfogliano le pagine di un libro, sei capitoli che diventano altrettanti episodi di una epopea western rivista attraverso lo sguardo peculiarmente complesso, post-moderno nella sua migliore accezione, dei fratelli Coen. Ogni tappa si apre con una dicitura dalle illustrazioni del libro. Frasi che acquistano il loro significato solo dopo, “scorrendo” il film. Cose tipo:”Se le hai viste te le giochi’ sottolineò il duro“; o: “Che li avesse sentiti o meno, il vetturino non rallentò“. Come ripercorrendo quasi più una storia del western che non della frontiera, si passa da episodi quasi parodistici, con L’usignolo di San Saba, ovvero Tim Blake Nelson pistolero canterino, ciarliero e biancovestito che sparacchia allegramente a tutti, compreso lo scorretto Surley Joe in un saloon, sino a scoprire che “non si può essere il migliore per sempre” ad altri bizzarro-letterari con James Franco bandito praticamente sempre sul punto di essere impiccato (“Prima volta?” chiede a un suo singhiozzante collega). Da Liam Neeson imbonitore “dickensiano” con il suo agghiacciante carro di Tespi per numero particolare all’entrata in un angolo di Paradiso del cercatore d’oro Tom Waits; da una carovana verso l’Oregon con cane petulante e un amore “alla pioniera” che sboccia, sino a un macabro viaggio notturno finale in diligenza.

joel e ethan coen

L’OPINIONE – Di volta in volta, una cupezza da gotico può convivere con l’humour più raffinato, la love story più tenera e costumata con la cruda violenza della lotta per la sopravvivenza, il realismo col simbolico e il poetico: è un Far West arioso e manierista quello rivisitato dai Coen, reinventato con la consapevolezza di tutto il folklore che si porta “dietro” come bagaglio e stilizzazioni, assieme ai sogni e agli entusiasmi di generazioni e generazioni di sempre giovani di spirito. Si potrebbe dire che è da Blood Simple (1984) che i Coen trattano ogni tipo di racconto cinematografico con lo stesso modo colto, ironico e appassionato, ma noi non ci stancheremo mai di abboccare ad ogni loro amo, a ogni loro strizzatina d’occhio verso la cinepresa e l’intelligenza dello spettatore. Quasi come ultimi (o penultimi) frequentatori di un “certo” tipo di cinema che non si fa più.