The Beach Bum: ecco Matthew McConaughey nei panni di un poeta drogato ed eccessivo

Abbiamo visto in anteprima The Beach Bum di Harmony Korine che venerdì 4 ottobre aprirà il Milano Film Festival (4-10 ottobre). Un’opera eccessiva, lisergica, “storta”, sgradevole che racconta magnificamente lo smarrimento abissale e l’assenza di valori nell’epoca contemporanea

«I like to live fun, fun is the gun!» osserva il poeta eccentrico ‘Moondog’  (Matthew McConaughey), diviso tra la strada e il lusso (ha sposato la milionaria Minnie-Isla Fisher), mentre il suo manager-editore Lewis (Jonah  Hill) gli fa notare come abbia bruciato tutti i suoi “talenti” in alcol, droga e donne. Sembra stia parlando della vita d’eccessi del regista dietro la macchina da presa, ma questa è un’altra storia, questa è la quotidianità assurda e sgargiante di un poeta fantomatico eppure “verissimo” dell’epoca contemporanea, in cui i rapper e i trapper vengono dalla strada e sparano rime aspirando al lusso, alla grande abbuffata e all’orgia dei sensi. Si è smarrita quasi ogni empatia, ogni ideale, tutto, anche i versi poetici (o presunti tali), vengono dalla pancia o dalla pulsione compulsiva al divertimento. Alla festa. Al limite.

Poeti e scrittori al cinema sono sempre un rischio. Forse Marco Ferreri è tra i pochi autori ad avere saputo fare vero cinema, partendo da Bukowski (Storie di ordinaria follia), forse anche Barbet Schroeder sempre su Bukowski (Barfly, con un notevole Mickey Rourke-“Chinaski”), l’altro è Curtis Hanson con la poesia di strada di Eminem (8 Mile)…

Ci riesce ora Harmony Korine (Gummo, Julien Donkey Boy, Springbreakers), imbastendo un film su un immaginario poeta marginale che ha sposato la ricchissima ‘Minnie’, ma continua a vivere una vita di eccessi tra strada e lusso. Un poeta libertino e furbo, insomma. Torna a casa (enorme villa con piscina) quando finisce i soldi, torna tra i clochard del porto quando cerca “vita” e ispirazione. Moondog è alcolizzato, drogato ed erotomane. Capelli biondo platino lunghi e unti, camicie hawaiane, ciabatte infradito. Un incrocio tra “Chinaski” Bukowski e “Dude” Lebowski, senza l’umanità, la tragedia consapevole o la simpatia di questi. È sgradevole, antipatico, egoista, machista, insopportabile e malvagio (pesta un vecchio disabile per derubarlo). Eppure ci tiene incollati con lo sguardo dal primo all’ultimo fotogramma nel suo percorso di non-redenzione e amorale follia.

Merito dell’attore che lo interpreta, Matthew McConaughey di nuovo in stato di (dis)grazia, del regista Korine che lo inquadra magnificamente nel suo procedere-regredire in un trip sempre più storto (colori lisergici, folle di disperati più o meno ricchi). E, infine, merito dei comprimari che attorniano Moondog (Isla Fisher, Jonah Hill, Zac Efron un tossicone che ascolta “christian rock”, Snoop Dogg, sostanzialmente nella parte di se stesso…).

Il risultato è un coloratissimo delirio a occhi aperti. Dopo la morte della moglie, Moondog dovrebbe – da testamento – ripulirsi e tornare a scrivere e pubblicare un libro. Riuscirà solo nella seconda impresa. La battuta più potente del film, che mette bene a (fuori) fuoco l’assurdità delle derive della società capitalistica contemporanea ce la regala il cinico quanto sfigato manager Lewis-Jonah Hill: «Il vantaggio dell’esser ricchi è che puoi essere orribile con le altre persone e loro devono accettarlo…». Finirà tutto in un grande falò-fuoco d’artificio. Almeno fino alla prossima festa.

Luca Barnabé