“THE HATEFUL EIGHT”: LA RECENSIONE!

Id. Usa, 2015 Regia Quentin Tarantino Interpreti Samuel L. Jackson, Kurt Russell, Jennifer Jason Leigh, Tim Roth, Michael Madsen, Walton Goggins, Bruce Dern, Demian Bichir Sceneggiatura Quentin Tarantino Produzione The Weinstein Company Distribuzione 01 Durata 3h e 2′

In sala dal 

4 febbraio

Nell’innevato Wyoming, finita da poco la Guerra di Secessione. Una tormenta di neve blocca in una stazione di posta nove persone: John Ruth (Russell), cacciatore di taglie con la sua malconcia prigioniera Daisy Domergue (Jason Leigh, nomination agli Oscar), un suo collega di colore (Jackson), un generale sudista razzista (Bruce Dern), il nuovo sceriffo di Red Rock Chris Mannix (Walton Goggins), il boia Oswaldo Mobray (Roth), il cowboy Joe Gage (Madsen), un messicano chiamato Bob (Demián Bichir) a sostituire i padroni assenti, il conduttore della diligenza O.B. (James Parks). La tensione sale, qualcuno non è quello che dice e la violenza esploderà in tutto il suo sanguinoso fragore.

Tra gli esterni candido azzurri e gli interni buio legnosi, quasi un poliziesco alla Agatha Christie (giusto quel poco) nello scenario brutale di una frontiera insicura e razzista («Quando i negri hanno paura è quando i bianchi stanno al sicuro »). Parte benissimo l’ottava regia cinematografica di Tarantino (sarebbe anzi un otto e mezzo contando il segmento L’uomo di Hollywood di Four Room,1995), per sedersi a metà (il suo solito viziaccio di divagazioni straparlate, spesso utili per sviluppare i personaggi e caricare la tensione, ma altre volte sovrabbondanti e superflue), per rialzarsi nella terza parte, lunga e articolata, nella consueta, esilarante e corroborante macelleria tarantiniana. Encomiabile e controcorrente la scelta di girare in 70mm Ultra Panavision (direttore Robert Richardson, candidato agli Oscar), deliziosa e “a parte” come sempre la scelta della colonna sonora (Morricone, candidatura agli Oscar anche per lui, ma è la ballata marziale sui titoli di coda di Roy Orbison a infiammare i cuori), autoreferenziale nel suo giocarsi addosso (ma quando mai il Tarantino-style non è stato così?), tutto sommato curiosamente teatrale come certi drammoni realistico-isterici della classica scena americana.

Massimo Lastrucci