THE LEGEND OF TARZAN

Londra 1889: il riluttante John Clayton, alias Lord Greystoke («In Africa fa troppo caldo») viene convinto dall’americano George Washington Williams a recarsi dopo anni in Congo per capire come il Belgio si stia occupando di questo immenso territorio “assegnatogli”. Non sa che però il perfido avventuriero Léon Rom, in cambio del permesso di impadronirsi dei diamanti di quella zona, ha promesso – ai tempi – al capo Mbonga proprio il leggendario uomo scimmia conosciuto col nome Tarzan (c’è una vendetta da consumare in sospeso). Sulla strada di casa, accompagnato dalla moglie Jane, John Clayton/Tarzan recupererà i valori e lo spirito della sua avventurosissima infanzia scontrandosi contro la politica schiavista del Belgio e la trame del letale Rom.

Tanta carne al fuoco in questa confezione ambiziosa e accurata che storicizza e politicizza in senso antischiavista ed animalista quello che, magari senza consapevole volontà da parte del creatore americano Edgar Rice Burroughs, era uno dei simboli dello spirito dell’imperialismo dominante anche nella cultura, specie in quella più popolare. Anima combattuta tra civilizzazione e natura, qui Tarzan la dà vinta alla seconda, attraverso una autoanalisi in flashback della sua infanzia. David Yates, il regista (4 Harry Potter in curriculum), enfatizza e romanticizza al massimo il lato da paladino degli animali dell’eroe, arrivando nel nome dello spettacolo a superare i confini del plausibile (in effetti le bestie che si muovono con uno scopo superiore e facendo gioco di squadra…beh!). Ma in fondo non è questo che importa: l’azione è ariosa ed effettata, alternando il tumulto della violenza a quello dei sentimenti. Gli scorci suggestivi fanno National Geographic (anche se di “africano” propriamente detto ci sono solo delle riprese aeree sulla jungla del Gabon, il resto è tutto Location in England). Il neo più vistoso però è nel cast, cioé nel protagonista, perché i bei nomi impiegati a supporto (Samuel J. Jackson, Chris Waltz) conoscono i doveri del mestiere. Il quarant’enne vichingo Alexander Skarsgard si muove in effetti con un cipiglio da triste-introverso che poco galvanizza, come se nella sua sin qui dignitosissima carriera gli sia rimasto attaccato soprattutto il ruolo del vampiro di True Blood, vista la sua tenebrosa imperturbabilità. Dimenticavo: della saga compaiono tutti tranne Cita, il che non provoca rimpianti.