THE LOOK OF SILENCE

Id. Danimarca, Finlandia, Indonesia, Norvegia, GB, 2014 Regia Joshua Oppenheimer Produzione Signe Byrge Sørensen, Errol Morris, Werner Herzog, André Singer Distribuzione I Wonder Pictures Durata 1h e 38′

In sala dall’11 settembre

 

Recensione del direttore di Ciak Piera Detassis pubblicata sul numero 34 di Panorama, 20 agosto 2014

«Come faceva a non provare rimorso? ».Â È la domanda che il fratello di una delle vittime dei massacri in Indonesia, nel 1965, pone all’allora capo dello squadrone della morte, oggi notabile del villaggio. «Bevevo il loro sangue, tutti lo facevamo. Se non bevi il sangue di quelli che hai sgozzato diventi pazzo ». Davanti alle immagini di The Look of Silence (Lo sguardo del silenzio), il nuovo scioccante documentario di Joshua Oppenheimer (Gran Premio della Giuria a Venezia, ndr) è impossibile non pensare alla nuova ondata di violenza in Iraq, alle crocifissioni, ai sepolti vivi, alle indicibili crudeltà su civili inermi di cui le cronache traboccano. Texano trapiantato in Danimarca, 40 anni di cui molti passati a occuparsi di emergenze umanitarie, Joshua Oppenheimer aveva già trattato il tema delle purghe anticomuniste in Indonesia, dopo la caduta di Sukarno e l’avvento del regime militare, nel precedente L’atto di uccidere: the act of killing, sempre prodotto da Errol Morris e Werner Herzog. Sotto l’etichetta “comunisti”, furono barbaramente trucidati un milione di oppositori, contadini, intellettuali, cittadini cinesi. Un genocidio. In quel film del 2012, premiato come miglior film europeo e candidato all’Oscar, i boia ancora al potere mettevano in scena i loro sgozzamenti affidandosi allo stile dei prediletti film di Hollywood, gangster movie e musical; qui il taglio è invece più freddo e insieme talmente privato da risultare intollerabile. Il punto di vista è quello, reale, di un ottico quarantenne: il fratello del giovanissimo Ramli che, rapito da uno squadrone della morte, fu trascinato verso lo Snake river dove ogni notte venivano sgozzati e seviziati i dissidenti. Nel film s’intrecciano il dolore inesausto dell’anziana madre contadina che, quasi 50 anni dopo, scopre i boia del figlio tra i parenti più stretti e l’inchiesta paziente dell’ottico che, correggendo miopie e difetti della vista a domicilio, incontra faccia a faccia e interroga senza cedimenti gli esecutori delle stragi, perfino la famiglia dell’orgoglioso autore di un fumetto sulla morte di Ramli. Filmati e intervistati nei loro confortevoli salotti, i boia ammettono e raccontano tutto mimando le esecuzioni: peni staccati, mutilazioni, atroci rituali di morte. Nessuna immagine di repertorio, solo parole; ed è anche peggio perché non traspare rimorso. Narrano ridendo le loro efferatezze con tono da fanatica farsa, sicuri di aver svolto al massimo il loro lavoro di pulizia contro «i miscredenti che non pregavano ». Ancor oggi potenti e impuniti, i killer che la cinepresa acuta di Oppenheimer riporta alla luce sono lo zio veterano, l’anziano vicino di casa che ti offre il tè sotto l’albero di tamarindo, il consigliere comunale che raccomanda di tener pulite le aiuole. L’orrore nel giardino di casa.

Piera Detassis