“THE YOUNG POPE”, PAOLO SORRENTINO: «MI INTRIGAVA L’IDEA DI UN PAPA NON RICONDUCIBILE AD ALTRI »

«Il Papa vestito di bianco sulla neve fa lo slalom gigante tra le croci: è la prima scena che ho immaginato pensando a The Young Pope, e non la vedrete nella serie. Bellissima, ma nel processo di scrittura non ha trovato posto. Checchè ne dicano i miei detrattori non metto in un film una bella inquadratura a tutti i costi. Questa l’ho sacrificata, però mi piace raccontarla». Nello stesso momento in cui incontro Paolo Sorrentino a Venezia per parlare della serie in onda su Sky Atlantic HD da oggi (e di cui al Lido abbiamo visto i due primi straordinari episodi), a San Pietro in Roma ha luogo la canonizzazione di Santa Teresa. E le immagini in diretta dalla piazza raddoppiano, per contrasto, l’effetto di ciò che abbiamo appena visto su grande schermo: il primo Papa americano della Storia, Lenny Belardo alias Pio XIII, interpretato da Jude Law, comincia il suo papato gattonando con un neonato su un tappeto di bambolotti di gomma per poi uscire ad arringare la folla dei fedeli con un discorso a favore di tutto, dall’aborto alle unioni gay, mentre il cielo zuppo di nuvole si rischiara e il popolo di Dio chiude gli ombrelli.

Un sogno angosciante da cui Pio XIII si risveglia per incontrare, nel suo primo giorno di governo, i dubbi e i misteri del Vaticano dopo aver sorseggiato una Coca Cherry Zero e infilato le candide infradito. Il discorso inaugurale può attendere, c’è altro da fare, tutto da risistemare, tutti da spiazzare con imprevedibile durezza. Sul terreno di gioco incontra il Segretario di Stato cardinal Voiello, un prodigioso Silvio Orlando, il cui personaggio «assomiglia al Divo ma non è il Divo», si affretta a precisare Sorrentino, «è il porporato della politica e della finanza, ma il suo machiavellismo è al nobile servizio della Chiesa, per mantenerla viva è disposto a tutto, anche al peggio. Silvio è perfetto nel ruolo, rassicurante e ambiguo, divertente e sinistro, parla un inglese difficile, anche arcaico, una vera scommessa. Volevo lui e nessun altro».

Monsignor Voiello è devoto alla Chiesa ma anche al Napoli e a Higuain…

Già. Ho girato e montato tutto prima che il calciatore lasciasse la squadra. Ho pensato di intervenire, ma Higuain non meritava che spendessi 500.000 euro per rifare la scena. In questo modo resta la testimonianza del tradimento. 

Un americano, giovane, che sale al soglio pontificio. Perché? 

Volevo girare in inglese, e mi intrigava l’idea di un Papa non riconducibile a altri, bello americano e tonico. Associamo sempre l’immagine del Papa a quella di un anziano, provato dagli anni, spesso dalla malattia e io volevo sradicare proprio quest’idea conficcata nell’immaginario di tutti.

Il nuovo Papa chiama a sè la religiosa che l’ha cresciuto, Suor Mary (Diane Keaton) e si confronta subito con il capo della comunicazione anche lei una signora, Sofia (Cécile de France). Si scontrano, nelle prime due puntate, le diverse concezioni del potere e del marketing del Vaticano.

È un mondo di soli uomini il Vaticano, pieno di dubbi e di segreti. Dove ho potuto, ho introdotto l’elemento donna, fa parte della strategia di depistaggio voluta da Belardo, ma ad attirarmi, come sempre, è la macchina del Potere, con in più il lato spettacolare garantito dalla Chiesa, fatto di rituali, abiti papali e cardinalizi, trionfo barocco, intrighi negli interni. C’è indubbiamente una felice convergenza fra ciò che la chiesa cattolica è e ciò che a me interessa raccontare. Non l’ho fatto prima perché pensavo fosse impossibile affrontare questo tema in questo paese. E invece… Per la credibilità mi sono affidato a un grande vaticanista, Alberto Melloni, e abbiamo ricostruito tutto a Cinecittà con l’aggiunta del computer, San Pietro, la cappella Sistina, gli affreschi, la Pietà, la biblioteca del Papa. Non ho mostrato la serie a nessun prelato e non credo lo farò.

Il nuovo Papa predica l’invisibilità. «Lo sa chi è più influente?», chiede alla responsabile comunicazione che vorrebbe fotografarlo per T-shirt e tazzine, «chi non si è fatto mai vedere come Salinger, Kubrick, i Daft Punk». Insomma, niente immagini sacre su piatti e souvenir, assenza e lontananza. Una critica al papato di Francesco che invece è fatto tutto di vicinanza e partecipazione?

Per carità, non ci penso nemmeno. Credo però che l’entusiasmo per Francesco sia stato frettoloso, anche se alimentato dalla sua indubbia capacità di creare suggestione. Ci vuol tempo perché un pontefice possa incidere. Wojtyla ha inciso, contribuendo a stravolgere equilibri politici, Ratzinger meno, Francesco vedremo. Il Papa giovane alla fine uscirà su quel balcone, senza mostrarsi, rimanendo nell’ombra, affacciato su una piazza lugubre mentre migliaia di ombrelli neri si aprono ad onda sotto il diluvio. L’apocalisse. Qualcuno urla: «Fatti vedere. Non ti vediamo negli occhi». E lui dà quella risposta terribile, prima di sparire risucchiato dal Palazzo: «Quando troverete Dio, troverete me». Belardo è un Papa profondamente reazionario, conservatore, ma ha in mente una sua rivoluzione. Maltratta il fedele perché ritiene che debba stare in una posizione scomoda, quasi alienata, rimettendosi completamente a Dio. Io non sono credente, ma la domanda che nessuno può fare a meno di porsi è quella su Dio e sulla sua esistenza. Mi hanno spiegato che in Vaticano l’interrogativo quotidiano è invece: «Stiamo perdendo fedeli? Come possiamo acquisirne di nuovi?». Una strategia prevede il ricorso all’empatia, alla vicinanza, l’altra, diametralmente opposta, suggerisce di ricorrere all’inaccessibilità, riportando la Chiesa a ciò che era, un luogo arcano, di invisibilità. È lo stesso schema dell’attrazione sentimentale: amiamo dell’altro ciò che non sappiamo, il suo mistero. E quando si svela, finisce l’amore.

La ricerca dell’invisibilità è anche un tema autobiografico?

Un po’ mi sottraggo, almeno così dicono. Ma non per strategia o per snobismo, semplicemente non son portato. Sono timido, molto normale, non mi piace far casino e alzare la voce per finire su un sito dove conta chi la spara più grossa. Il piatto bianco a me viene del tutto naturale. 

La sensazione è che la dimensione seriale sia congeniale al suo stile, gli conceda più respiro.

In parte è vero. Mi consente di mettere in campo molto materiale e allo stesso tempo mi obbliga a concentrarmi sul piano narrativo, che al cinema non considero determinante, mentre è fondamentale per tenere sulla distanza di dieci puntate. Sono un grafomane, scrivo tantissimo e nello spazio dilatato della serie riesco ad appagare la mia voglia di digressione, di moltiplicazione delle piste e dei personaggi che di puntata in puntata possono evolvere da comprimari a protagonisti e viceversa.

L’apparizione del canguro è una strizzata d’occhio a chi ha criticato i fenicotteri di La grande bellezza?

È una cosa serissima (ride, Nda.). Quando uno diventa Papa riceve doni incredibili da ogni parte del mondo, auto, animali, motorini, qualsiasi cosa. C’è un universo pazzesco nei magazzini del Vaticano, un altro pianeta da esplorare.