THE ZERO THEOREM

Le corporazioni dominano il mondo in un futuro probabilmente prossimo e il geniale e nevrotico Qohen lavora indefesso e stressato al computer per una delle più importanti, la Mancom. Mentre la sua mente si tortura in attesa di una misteriosa chiamata che rivelerà il suo destino, gli viene affidato il compito di trovare l’algoritmo Zero Theorem, quello che spiega (o dovrebbe se esistesse) perché il mondo è così assurdo.

Fantascienza orwelliana (aggettivo abusato e frusto, ma d’altronde…) per permettere allo strabordante talento, colto e naif, di Gilliam di impelagarsi in uno dei suoi puzzle anarco-apocalittici, in bilico tra genialità e catastrofe. Qui il tutto è reso ancora più estremo ed emotivamente disperato, persino rispetto ai suoi capolavori consimilari Brazil e L’esercito delle 12 scimmie. Del resto al centro del vortice avant-pop maniaco depressivo di Zero Theorem ci stanno domandine terra terra del tipo: “Ha un senso il Tutto? E soprattutto ce l’ho io?”. Purtroppo, va ammesso, le idee brillanti (specie le visive) a mescolare ultratecnologico e fatiscente sono incastonate in una trama confusa e impastrocchiata oltre ogni dire che ammazza ritmo e climax.

Chris Waltz è un attore che se lasciato fare si rifugia sempre in una gigioneria para espressionista e questo non va bene, Matt Damon si trasfigura in bianco come un’entità ultraterrena, gli altri fanno teatro, però le scenografie sono una meraviglia da studiare accuratamente e a parte. Il film è stato presentato a Venezia nel 2013 ed è stato tenuto in stand by sino a oggi. Le ragioni sono evidenti: se non siete cyber-punk addict, anarco-snob o freakettoni fuori tempo massimo, meglio astenersi. Ma se siete dei pionieri in cerca di tutto ciò che è eccentrico e non stupido, sarete anche certamente degli appassionati difensori del diritto a delirare di uno dei pochi visionari in attività, il puro vero e duro Terry “Monty Python” Gilliam.