Time – La recensione

Alla Festa del cinema di Roma il documentario premiato al Sundance Film Festival 2020

Rob Richardson è in prigione, condannato a scontare la sua pena per rapina a mano armata. Anche la moglie Sybil è stata in prigione, per complicità. La coppia non aveva precedenti, hanno deciso di commettere questo gesto insano, andato male per loro, ma per fortuna senza conseguenze per chicchessia, perché il loro negozio di abbigliamento hip-hop stava fallendo e hanno fatto una scelta sbagliata dettata dalla disperazione. Sybil è uscita dopo tre anni e mezzo. Rob deve scontare sessant’anni di carcere, senza possibilità di libertà vigilata o scarcerazione sulla parola. Sybil sta combattendo da quasi vent’anni per riavere suo marito e il padre dei suoi figli. Nel frattempo è diventata un’imprenditrice e una motivatrice di grande successo.

Time è un documentario diretto da Garrett Bradley, regista che si imbattuta nella storia di Rob e Sybil nel 2016. Doveva essere inizialmente un cortometraggio, finché Sybil non le ha consegnato centinaia di ore di materiale filmato su cassette Mini Dv. Praticamente la sua vita e quella dei suoi figli, che nel frattempo sono diventati grandi senza un padre. Da quel materiale è nata l’idea di farne un lungometraggio, che ha debuttato al Sundance Film Festival 2020, vincendolo e diventando anche uno dei più seri candidati all’Oscar di categoria del 2021.

Un film sul tempo, quello che leggi ingiuste fanno perdere a molte vite. Il materiale di repertorio permette di sentire sulla pelle questo atroce scorrere del tempo, alternandosi con i momenti inevitabilmente creati dalla reazione a questa pazzia, la quotidianità contemporanea di Sybil, che ha usato il tempo che è stato concesso a lei per poterne regalare almeno ancora un po’ all’uomo della sua vita.

Time è un atto di denuncia molto potente sulle storture della giustizia e del sistema carcerario negli Stati Uniti, dove evidentemente vengono usati pesi e misure diversi a seconda del colore della pelle. Ma è anche una storia di riscatto personale, di autoconsapevolezza e di speranza, quella che come si dice finché c’è vita è l’ultima a morire.

Non un film privo di difetti, in alcuni passaggi persino eccessivo nel celebrare, per non dire promuovere, la figura quasi santificata di Sybil, un compiacimento evidentemente voluto e instradato. Ma è altrettanto vero che scoprire l’evoluzione di questa famiglia, un divenire mosso da una voglia di rivincita straordinaria, fa passare in secondo piano questi peccatucci.

Il finale prende al cuore, nonostante un eccesso voyeristico che si poteva tranquillamente evitare, e alla fine di questo lungo giorno durato quasi vent’anni, c’è solo una cosa che conti davvero.

VOTO: (★★★½)