Toni Servillo in “5 è il numero perfetto”: «Torno a Napoli, la città palcoscenico»

Dopo il suo mimetico Berlusconi di Loro, Toni Servillo è rimasto lontano dal grande schermo, ci torna ora prepotentemente, visto che lo vediamo in 5 è il numero perfetto di Igort (che esce oggi nelle sale) e nel documentario Emilio Vedova. Dalla parte del naufragio di Tomaso Pessina. Entrambi i film hanno debuttato a Venezia, mentre Servillo tornerà il 30 ottobre in L’uomo del labirinto di Donato Carrisi, al fianco di Dustin Hoffman.

Servillo, perché una così lunga assenza dagli schermi?

«Sono stato impegnato con il mio mestiere principale: il teatro. Quando c’è una lunga tournée da rispettare mi è impossibile dedicarmi al cinema, ma tengo a sottolineare che per me il cinema non è assolutamente un aspetto secondario del mio lavoro».

Cosa le dona il cinema rispetto al teatro e cosa del teatro lei porta al cinema?

«Per me il teatro non è l’anticamera del cinema, quello che amo è l’idea di mescolare pubblici diversi. Spero di far risuonare negli spettatori quel filo rosso che, con le dovute differenze, scorre tra Igort a Goldoni».

Con Igort è tornato a raccontare Napoli. Questo l’attraeva?

«Una delle ragioni per cui “5” mi ha immediatamente affascinato è stata proprio la possibilità di tornare a fare un film napoletano. Mi piace tornare a Napoli, perché è un palcoscenico straordinario, una città-palcoscenico dove Igort ha trasfigurato mescolando gli elementi della sceneggiata e del film noir, senza dimenticare l’omaggio a Totò e Peppino, che è solo nei nostri nomi e non nelle dinamiche tra me e Buccirosso».

C’è anche la passione di Igort per il cinema orientale. Lei la condivide?

«Non ho la sua stessa competenza, quella che ha dimostrato in opere come “Quaderni Giapponesi”, ma conosco il cinema orientale. Qui mi ha molto divertito l’idea di girare delle sparatorie come fossero danze: una coreografia che toglie loro realismo ed efferatezza».

Recitare col naso fino di Peppino è stato un problema?

«Recitare con le maschere non è una novità, le prime maschere risalgono al teatro greco. Il naso mi serviva per rendermi somigliante al fumetto, la vera difficoltà era rendere la fragilità di questo killer ormai anziano, che pensava di essere in pace con se stesso ma cui la vita presenta il conto».

Oscar Cosulich