Transfert, il thriller indipendente che gioca con la psicanalisi

Comincia in medias res Transfert, il film fieramente autoprodotto di Massimiliano Russo al cinema dal 12 aprile e rientrato nella prima selezione dei David di Donatello 2019. Un thriller psicologico che gioca sui riflessi e sui risvolti speculari di una vicenda imprevedibile che coinvolge uno psicoterapeuta ancora acerbo (appena 33 anni) in una storia nella quale diviene sempre più difficile, per chi guarda, riconoscere le persone dalla loro immagine specchiata.

Con il termine “Transfert” si intende uno dei procedimenti alla base della psicanalisi moderna secondo Freud, ovvero la proiezione (positiva o negativa) dei sentimenti di una persona su colui che, in una relazione interpersonale, è posto nel ruolo dell’analista. Questi sentimenti possono assumere connotazioni di stima o affetto, ma possono sempre trasformarsi velocemente “in ostilità e vendetta“, se l’amore, come lo intende Freud, tra analista ed analizzato, non è posto nelle condizioni di raggiungere i propri scopi (che non sono solo terapeutici, ma anche di soddisfazione personale e realizzazione).

Così Transfert, nel suo modo di sfruttare il genere di riferimento (il thriller) per creare tensione, senza aderire pedissequamente ai canoni che questo generalmente comporta, rende evidente la sua maggiore vicinanza alla sensibilità di Roman Polanski, a quella idea di cinema ambiguo ed obliquo, che a prodotti dalla componente fortemente melodrammatica come In Treatment (che pure ha riscosso un buon successo nel nostro Paese).

Il protagonista del film di Massimiliano Russo non è paragonabile alla classica figura dello psicoterapeuta rigido ed inflessibile, ma trova la sua peculiare caratterizzazione nella inadeguatezza dovuta alla giovane età, che se da un lato lo rende desideroso di conoscere e di sperimentare, dall’altro è il segno di una immaturità che gli impedisce di comprendere i limiti del proprio coinvolgimento emotivo nei casi dei suoi pazienti. Perciò se freudianamente il Transfert del titolo si riferisce ad un’azione inconscia di chi viene analizzato sulla persona che lo “visita”, nel lavoro di Russo è anche l’analista a proiettare sui propri “clienti” le sue tensioni e le sue emozioni.

 

Massimiliano Russo dirige questo “thriller da camera” facendo largo uso di campi e controcampi, nelle lunghe sequenze di dialogo che tendono al realismo senza cadere in elucubrazioni filosofiche che allontanerebbero la storia dalla sua verosimiglianza. In questo tipo di operazioni è proprio la credibilità delle interazioni a garantire il coinvolgimento dello spettatore, che non si sente “altro” dal mondo che osserva su schermo, ma è partecipe degli scambi e delle situazioni.

Ad essere cerebrale, invece, è la sfida tutta intellettuale che il regista intraprende con il pubblico, che fin dai primi secondi di Transfert è chiamato a sbrogliare un intricato groviglio di trame e sottotrame sino ai rivelatori colpi di scena finali che possono confermare o meno le sue ipotesi. Così anche chi guarda tende a proiettare le sue esperienze personali nel mezzo cinematografico, il cui ruolo non è poi così differente da quello di un analista che deve comprendere ed elaborare le problematiche irrisolte di chi si affida a lui. Un thriller seducente, magnetico, girato a Catania che arriva nelle sale italiane il 12 Aprile.