Intervista a Fernando Trueba: «Ecco la mia Reina de España»

La diva spagnola Macarena Granada, ormai cittadina di Hollywood, torna in patria nel 1956 per interpretare la Regina Isabella di Castilla in un costoso kolossal di coproduzione ispano-americana. Tra vecchi amici, antichi e nuovi amori scoprirà di avere la forza e il coraggio di tenere testa al regime del Generalissimo Franco. Sequel de La niña dei tuoi sogni realizzato nel 1998, La reina de España di Fernando Trueba riporta in scena quei personaggi che nel 1938 si erano recati nella Germania nazista di Hitler per girare la versione tedesca di un dramma musicale. In quell’occasione Macarena, sempre interpretata da Penelope Cruz, era costretta a difendersi dai corteggiamenti di Goebbels. Abbiamo incontrato Trueba a Malaga, in occasione degli Spanish Screenings, dove il regista ci ha raccontato perché ha deciso di tornare a quei personaggi.

Perché dopo quasi vent’anni ha voluto incontrare nuovamente Macarena?

Durate il primo film si era creata una specie di famiglia sul set. Dentro di me c’è sempre stata la voglia di riunire la banda e fare un altro film. Volevo che il tempo passato nella realtà e quello nella finzione fosse il medesimo. Il primo era ambientato durante la guerra, a Berlino, il secondo doveva svolgersi all’epoca di Franco. Quando ho scoperto che l’anno che mi interessava era il 1956 ho capito che avevo ancora del tempo per lavorarci. Non volevo deludere quelli che avevano amato il primo film, ma chi non l’ha visto apprezzerà comunque questo.

Cosa racconta La reina de España al pubblico di oggi?

Realizzare un film ambientato nel passato è il modo migliore per raccontare il presente. Anche Shakespeare e Platone scrivevano storie ambientate nel passato, che è il mondo più diretto e preciso per parlare del presente. Questo non è un film che vuole trasmettere messaggi, ma raccontare una storia. Alcuni elementi possono suggerire un’ideologia, una visione estetica, un’idea sociale. Ma come ne La niña dei tuoi sogni, anche qui si parla del confronto dell’artista con il mondo esterno. Per me era fondamentale fare una commedia ben costruita, con personaggi divertenti e dialoghi interessanti, condurre il pubblico in un viaggio nel tempo, in un’epoca diversa. La storia è sempre la cosa più importante, divertire trovando il tono giusto, mescolando magari commedia e dramma.

In questi ultimi vent’anni il cinema è molto cambiato. Si sente più libero di esprimersi ora?

Abbiamo molti più luoghi dove esprimere le nostre opinioni, molta più gente che ha voglia di farlo ed ha accesso a nuovi canali, ma nessuna opinione viene più espressa in maniera approfondita e analitica. Quello che mi dispiace è che i vecchi media, invece di sottolineare la propria diversità e rivendicare la propria forza, si sono adattati a un’eccessiva semplificazione per inseguire le nuove forme di comunicazione imposte dai social, e quindi stanno perdendo gran parte del loro interesse. Io amo leggere giornali, periodici e libri, pretendo articoli che analizzino i fatti, non stupide e brevi frasette superficiali. Rivendico l’importanza del buon giornalismo indipendente e puntuale, oggi più necessario che mai. L’estrema semplificazione banalizza qualunque discorso. La stessa cosa accade con la fotografia: oggi grazie agli smartphone, sono tutti fotografi. A me piacciono invece i buoni fotografi, che sanno davvero guardare, che hanno un punto di vista.

L’arrivo di piattaforme come Amazon e Netflix hanno molto contribuito a ridisegnare il paesaggio.

Probabilmente la sala non scomparirà mai, forse diventerà un’altra cosa. I film si fanno e si vedono in un altro modo, e si realizzano diversi tipi di film. Una grande trasformazione che abbiamo già vissuto con l’avvento del sonoro e della tv. Forse oggi il cambiamento è più brutale perché non riguarda solo il cinema, ma anche la stampa, la fotografia, la letteratura, la televisione, la società in generale. Ci saranno di certo film che non arriveranno mai nelle sale, ma l’industria ha bisogno anche di questi. Ci sono molti più spazi oggi per diversi tipi di cinema. Io per esempio sto lavorando a un progetto di cinema virtuale.

Il confronto con le nuove tecnologie è dunque inevitabile.

Io però non mi occupo di marketing, sono un essere umano che fa film per esseri umani, sono ancora per una comunicazione diretta, sensuale. Non amo il cinema prefabbricato per raggiungere un certo pubblico e le indagini di mercato mi provocano eruzioni cutanee. Ho troppo rispetto per gli spettatori. Credo nell’arte di raccontare storie.

Alessandra De Luca