Tutto il mio folle amore, la recensione del nuovo film di Gabriele Salvatores

Italia, 2019 Regia Gabriele Salvatores Interpreti Giulio Pranno, Claudio Santamaria, Valeria Golino, Diego Abatantuono Durata 1h e 37′ Distribuzione 01 Distribution

Al cinema dal 24 ottobre 2019

LA STORIA – Willi il cantante, conosciuto anche come il “Modugno della Croazia” (ha recuperato e ripropone tutto il repertorio del cantautore, compresi i titoli minori), vivacchia un po’ alla giornata tra serate dancing e matrimoni laggiù nell’ex Jugoslavia. Ora, dopo 16 anni di assenza, gli è spuntata l’irrefrenabile voglia di vedere suo figlio Vincent, nato da una relazione con Elena che ora convive con Mario, legatissimo a lei come al ragazzo.

Quello che Willi non sa è che Vincent è autistico, una personalità borderline, difficile da interpretare, bisognoso di continuo controllo anche se dotato di una sua spiccata e lunare sensibilità (“la mamma è verde e il papà è un tavolo!”). L’irruzione dello scalcinato showmen provoca in Vincent un profondo e felice sconvolgimento, tanto che riesce a nascondersi nella vettura di Willi in procinto di partire per una tournée balcanica, per non perderlo più. Quando Elena e Mario se ne accorgono, ormai padre e figlio hanno varcato la frontiera. E quindi? Subito all’inseguimento, mentre il frastornato cantante trova peraltro un modo per comunicare con l’ipersensibile e incasinato Vincent.

L’OPINIONE – Bisogna riconoscere comunque una qualità a Gabriele Salvatores, a prescindere dai risultati. Per lui cinema significa sperimentare sempre qualcosa di nuovo, mettersi alla prova, costi quello che costi. Così di questa favola zigzagante tra il realismo (trattato understatement) di una situazione durissima e l’avventura epico-picaresca (con l’esotico proprio qui dietro l’angolo) ogni tanto debitrice a Kusturica, apprezziamo innanzitutto la dedizione sciolta ma totale degli attori (magnifico Claudio Santamaria con baffetti e voce ottimamente impostata e fisicissima la performance del giovane Giulio Pranno in un ruolo sempre a rischio del patetico).

Il soggetto è tratto da un romanzo (che fiction non è, piuttosto messa in prosa del racconto autentico del protagonista in giro con il figlio autistico tra America, Messico e Guatemala) di Fulvio Ervas, Se ti abbraccio non avere paura (ed. Marcos y Marcos). Salvatores lo ha adattato alla sua misura, un po’ rispremendo il succo di tanto suo cinema di gioventù (il viaggio come esperienza da vivere in toto), un po’ cercando una leggerezza di tocco che non è (quasi mai) nelle sue corde. Al contrario della simpatia che invece trasmette costantemente ogni suo film, ora riuscito (Come Dio comanda, Educazione siberiana, Il ragazzo invisibile) ora meno (Quo vadis, Baby?, Il ragazzo invisibile – Seconda generazione).

D’altra parte, come si fa a non stare dalla parte di un autore che fa chiamare il figlio dai genitori volutamente come il protagonista della splendida e struggente ballata di Don McLean (eh, che tempi quei tempi ragazzi!!!) e che trova il modo di infilare apposta, facendosi perdonare, una battuta che in altre situazioni o da altre parti sarebbe suonata terribile come “la felicità è un colpo di culo!”?.