Un affare di famiglia, perché il nuovo film di Kore-Eda vi conquisterà

Giappone, 2018 Regia Hirokazu Kore-Eda Interpreti Kirin Kiki, Lily Franky, Sôsuke Ikematsu, Mayu Matsuoka, Sakura Andô, Jyo Kairi, Kengo Kôra, Akira Emoto Distribuzione BIM Durata 2h e 1′

Al cinema dal 13 settembre 2018

LA STORIA – Davvero strana famiglia, quella degli Shibata. Il padre Osamu lavora a giornata ma si diletta soprattutto in taccheggi e furti vari, accompagnato dal figlio che gli fa da socio (“La merce che è in un negozio non appartiene ancora a nessuno”). La madre è operaia, la nuora guadagna esibendosi per voyeurs in club privèe, la nonna buona e brontolona mantiene tutti con la pensione. Ma quel che li unisce non è tanto la parentela quanto un affetto senza se e senza ma, nato dalla solidarietà tra umili. E quando “raccattano” una bambina sofferente praticamente scippandola da casa sua, è giusto un’altra figlia in più che si aggiunge, da amare e custodire. Ma per quanto si può vivere appartati dentro una società, schivando regole, obblighi, leggi?

L’OPINIONE – Hirokazu Koreeda fa della famiglia, dei suoi difficili equilibri (o squilibri), l’epicentro del suo cinema gentile, che non urla mai neppure quando mostra il lato più triste e tragico dell’esistenza. Lo ha fatto nei delicati e splendidi Nessuno lo sa, Father and Son, Little Sister, Ritratto di famiglia con tempesta, lo conferma con Un affare di famiglia, uno dei vertici del suo cinema. Con linguaggio educato, asciutto, che nasconde solo il necessario per delicatezza, Koreda pone una questione che merita cento riflessioni: “A volte è meglio poter scegliere la famiglia”. Perché gli Shigata, a dispetto della loro precarietà, economica e di rapporti, che li obbliga ad azioni che viste dall’esterno (dalla polizia, dall’opinione pubblica, dai vicini poco vicini) possono sembrare grette, disdicevoli, immorali, criminali, in realtà all’interno del loro nucleo nascondono amore e spirito di sacrificio. Una ricetta di felicità che non può che essere momentanea, tra piccole cortesie quotidiane, attenzione reciproca, magari una gita al mare, sguardi estasiati al cielo a scrutare fuochi d’artificio che non possono vedere ma solo udirne il botto. Come è possibile questo stato di grazia? Forse perché come dice uno di loro: “noi non siamo normali”.

Beniamino a Venezia (nel 1995 vinse l’OCIC Award con Maboroshi no hikari), ma soprattutto a Cannes (c’è stato sette volte con Premio della Giuria per Father and Son, 2013), si è aggiudicato quest’anno la meritatissima Palma d’oro (e il Giappone lo ha già candidato a concorrere ai prossimi Oscar) con questa commedia dolcemente drammatica che scalda i cuori di tutti quelli che la vedono, anche i più insensibili.