Undine – La recensione (★ ★ ★ ½)

Si chiama Undine Wibeau e la sua essenza è già sottolineata dal nome. Le ondine nel folklore germanico sono creature misteriose che abitano nelle acque (specie nei fiumi) e attirano gli uomini, a volte benigne a volte malvage. Lei, infatti, con l’acqua ha una relazione inesplicata e ultra-umana, come un’attrazione sensuale, anzi: consustanziale. Laureata in storia, si guadagna la vita facendo da Cicerone al Markische Museum di Berlino, spiegando ai visitatori le tappe dello sviluppo urbano della città. Cortese, appartata, non sappiamo quale sia il suo passato, di certo ha la capacità di darsi totalmente all’uomo che ama e se il superficiale Joahnnes la rifiuta, con Christoph, palombaro “industriale”, sarà storia totalizzante e assoluta oltre i confini della razionalità e dei limiti umani.

Non è facile “attualizzare” una figura mitologica e per molti versi inquietante, ma la cifra stilistica scelta da Christian Petzold appare intrigante e spesso sublimemente visionaria. Del resto il regista tedesco ha già mostrato nei suoi ultimi e felici lavori (La scelta di Barbara, Il segreto del suo volto, La donna dello scrittore) di prediligere trame che allargano il tema amoroso contestualizzandolo alla Storia, all’etica, alla politica, all’intrigo criminale, lasciando comunque sempre trasparire un’aura quasi metafisica.

Qui concentra le scene allontanando dall’immagine tutto ciò che potrebbe apparire gratuito, casuale, “trovato” e quindi fuorviante. Ogni episodio tra gli amanti (ma non solo) possiede un mistero particolare che non è solo quello del destino, ma quello della trasfigurazione romantica dell’eros. Persino le frasi più “normalmente” infiammate cadono in una malinconia quasi subacquea della sospensione dal flusso della vita (“Credevo di non riuscire a vivere senza lui ma non stavo aspettando lui, attendevo te”), una favola struggente nella sua terribilità che trova la sua corrispondente “rima” nell’adagio per clavicembalo di Bach da Alessandro Marcello. Cinema di livello altissimo come i sentimenti che tratta, in cui la tragedia trascende nel mito, e che non avrebbe potuto essere così ben raccontata senza l’immedesimazione dei due protagonisti (già insieme nel precedente La donna dello scrittore), Franz Rogowski e soprattutto la berlinese Paula Beer (qualcuno può ricordarla anche in Frantz di Ozon e nel drammatico bellico Wolf Call di Antonin Baudry), travolgente Undine dallo sguardo magnetico, interrogativo, che sa aprirsi a sorrisi ammalianti. La sua maiuscola performance non è sfuggita ai giurati del Festival di Berlino 2020 che le hanno tributato il premio come migliore attrice (mentre l’autore ha vinto il Premio della Fipresci).

Stelle: 3 e mezzo.