ZONA D’OMBRA

2,5 Stelle (2,5 su 5)

Concussion, Usa 2015, Regia Peter Landesman Interpreti Will Smith, Alec Baldwin, Luke Wilson, Adewale Akinnuoye-Agbaje, Gugu Mbatha-Raw, Eddie Marsan, Bitsie Tulloc Produzione Scott Free Productions, Shuman Company Distribuzione Warner Bros. Italia Durata 2h 3′

In sala dal 21 aprile 

Il neuropatologo di origine nigeriana Bennet Omalu («la mia specialità è la scienza della morte»), studiando il cervello di un campione del football impazzito e morto senza causa apparente, scopre che a ucciderlo è stata una malattia specifica e ancora sconosciuta, conseguenza dei continui traumi alla testa che ha subito nella sua carriera sportiva. Non solo, ma che probabilmente altri casi di incidenti e suicidi di ex atleti sono da addebitarsi proprio a quella che lui battezza CTE (Chronic traumatico encephalopathy, encefalopatia traumatica cronica). Pubblica perciò un saggio al riguardo, ignorando le conseguenze, ovvero la lotta senza quartiere che gli muoverà la National Football League.

La ragione del singolo contro la forza di un’istituzione senza scrupoli. Uno schema ideale per infiammare il lato ingenuo del cuore, tanto più che la vicenda è sostanzialmente vera e recente. Il regista e sceneggiatore Peter Landesman (Parkland), già scrittore e giornalista d’assalto, ha trattato il tema con tutte le cautele (compreso quelle non necessarie) del caso. Non si tocca lo sport negli USA, perché è quasi una religione, un collante sociale, fattore di identità e soprattutto muove miliardi di dollari: «Dio è il numero 1, il football il numero 2». Quindi la strategia è stata “botte ai cattivi” (ovvero i dirigenti e i medici pusillanimi o cinici), lode all’eroismo disinteressato del dottore e ai suoi pochi alleati, massimo rispetto al gioco del football, alla sua epica del sacrificio che infatti viene sempre sottolineata con dovizia di accompagnamento musicale in pompa magna.

Un dramma sportivo in cui c’è tutto, compreso un progressismo benpensante un po’ troppo scontato, enfatizzato o smussato da sentimentalismi e prudenze, con le belle frasi tirate a lucido che si sprecano («aver bisogno non è una debolezza, aver bisogno è aver bisogno!»). Will Smith è molto compreso nella sua parte di africano che ama l’America e la scienza più di ogni cosa, ed è meglio che nelle sue ultime prestazioni (infatti ha ottenuto una nomination ai Golden Globe e uno specifico premio della African-American Film Critic Association), Alec Baldwin è come una roccia precipitata dal cinema degli anni ’70 e David Morse, come spesso ormai deve, mette al servizio di personaggi grotteschi o comunque esagerati la sua notevole tavolozza espressiva.