As Bestas, la recensione di un film doppio come la vita e i conflitti

Il ritorno di Rodrigo Sorogoyen, Best of 2022 alla Festa del Cinema

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As Bestas, Rodrigo Sorogoyen

L’ultima volta lo avevamo visto a Venezia 2019, dove Marta Nieto aveva vinto il Premio Orizzonti per la miglior interpretazione femminile come protagonista di Madre, ma nel frattempo Rodrigo Sorogoyen si è dato alla tv, con la spettacolare Antidisturbios: Unità Antisommossa su Disney+ e l’episodio El Doble, ispirato a Ray Bradbury, delle ultime Historias para no dormir. E soprattutto ha lavorato alla realizzazione di As Bestas – presentato alla Festa del Cinema di Roma nella sezione Best of 2022 – che dal 2015 continuava a rimandare e che nasce da una storia realmente accaduta.

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IL FATTO: Antoine (Denis Ménochet) e Olga (Marina Foïs) sono una matura coppia francese che si è stabilita da tempo in Spagna, in un piccolo villaggio nel cuore della Galizia. Lì conducono una vita tranquilla, vendendo i prodotti del loro orto e riabilitando case abbandonate, anche se la convivenza con la gente del posto non è idilliaca come avrebbero sperato. Il loro rifiuto di approvare il progetto per un impianto eolico ha creato una frattura tra loro e la popolazione locale e, tra tutti i vicini, in particolare i fratelli Xan e Lorenzo Anta (Luis Zahera e Diego Anido) continuano a cercare lo scontro, portando la convivenza a un punto di non ritorno.

As Bestas, Rodrigo Sorogoyen

L’OPINIONE: La vita è conflitto, ma non solo. Spesso non si concentrano le forze sul giusto fronte, ma altrettanto spesso è difficile identificare chi siano i veri nemici. La storia della “guerra tra poveri” ha radici antiche – e fin troppe declinazioni moderne – eppure continua ad essere la più diffusa. Sorogoyen lo ribadisce, nella drammatizzazione di una storia vera nella quale mette in scena in maniera superba lo scontro tra barbari e indigeni, violenza e giustizia, razionale e beluino, amore e paura, noi e loro. Un crescendo che si sviluppa per accumulo di ‘dettagli’, fino al traboccare di un ideale vaso che non sortisce gli effetti previsti. O almeno che prevede – coerentemente – una doppia conclusione, come doppia è l’anima del racconto, maschile prima e femminile poi. Suddivisione alla quale il regista teneva molto, sin dagli inizi del progetto, e che funziona perfettamente nella costruzione della tensione. Effetto della splendida architettura di partenza, ben gestita da un regista che si conferma tra i più interessanti arrivati dalla Spagna negli ultimi anni. Sempre in bilico tra la burla, anche pesante, e le minacciose conseguenze alle quali si potrebbe arrivare. L’ansia cresce anche in assenza di cause effettive, il sospetto e la paranoia faticano a convivere con il buon senso o la dialettica (spesso arma dalle conseguenze imprevedibili), incapace di soffocare gli istinti più brutali, quasi che l’habitat naturale scelto finisca per fagocitare ogni possibile evoluzione di una specie condannata per nascita, la nostra. Il doppio registro cinematografico, per cui allo sguardo del regista e dello spettatore si sovrappone quello dell’occhio indiscreto della vittima, nel tentativo di rovesciare la propria condizione e ‘vendicarsi’ come la propria educazione gli consente, è solo l’ennesima trappola disseminata lungo il percorso, sapientemente segnato per non lasciarci scampo. Come il clima di ostilità diffusa, sfruttato per spiazzare lo spettatore con un finale a tratti ambiguo, che supera quello che dovrebbe essere il climax più scontato. Per altro citato anche nel titolo, che fa riferimento all’abitudine degli aliotadores a immobilizzare con la forza i cavalli selvaggi per tagliare loro la criniera, marcarli e permettere loro di vivere liberi.

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SE VI È PIACIUTO GUARDATE ANCHE… Sin dal primo film, Rodrigo Sorogoyen continua a esplorare il tema del doppio nei suoi film, due su tutti: il già citato El Doble delle Historias para no dormir e il suo Stockholm del 2013, di inizio carriera. Quanto ad ambientazione, angoscia e violenza, inevitabile saldare il debito di riconoscenza che questo film – come molti altri – ha verso il Cane di paglia del 1971, diretto da Sam Peckinpah – a partire dal romanzo “The Siege of Trencher’s Farm” di Gordon M. Williams – e interpretato da un magistrale Dustin Hoffman.

As Bestas, Rodrigo Sorogoyen

RASSEGNA PANORAMICA
VOTO
as-bestas-la-recensione-di-un-film-doppio-come-la-vita-e-i-conflittiId., Spagna 2022. Regia: Rodrigo Sorogoyen. Con: Marina Fois, Denis Ménochet, Luis Zahera, Diego Anido. Durata: 2h 18’. Distribuzione: ND