“VICTORIA & ABDUL” E UNA STORIA DIMENTICATA

Recita la scritta di apertura: “basato su fatti veri…perlopiù”. Da oltre sessant’anni sul trono del più potente impero della terra, Victoria è in realtà una donna sola, vedova, tenuta sempre sotto
controllo dal cerimoniale di una corte ultra conservatrice. Almeno finché non arrivano dall’India due neosudditi incaricati di consegnarle una moneta simbolo. Uno dei due recalcitra: “5 mila miglia per portare una medaglia agli oppressori del subcontinente indiano”. L’altro, Abdul, è curioso ed entusiasta, sino ad accendere la curiosità e poi l’affetto della ingrugnita sovrana (“Nessuno sa cosa significhi essere una regina, Sono odiata da milioni di persone in tutto il mondo. Ho nove figli tutti vanesi”), facendosi nominare il suo Munshi (Maestro) e di conseguenza scatenando riprovazione e poi avversione attiva da parte di tutta la corte. Da un libro di Shrabani Basu pubblicato in Italia da Piemme, a suo volta frutto della rielaborazione del diario di Abdul Karim, ecco una ulteriore rivisitazione ironica della storia del proprio sussiegoso paese da parte di Stephen Frears, cineasta tanto dotato da apparire sovente “facile”, dalla produzione eclettica e sterminata (citiamo solo My Beautiful Laundrette, Rischiose abitudini, Alta fedeltà, Lady Henderson presenta, Philomena). Anche qui l’accuratezza della messinscena in costume serve alla satira di costumi e comportamenti di imbarazzante meschinità, in conflitto con l’ ingenua scaltrezza dello straniero che conquista le fragilità nascoste di una vegliarda lady d’acciaio. Forse prevedibile e con una seconda parte annacquata e poco vispa, ma con una Judi Dench che come sempre fa spettacolo a parte, canuta e “finto-imbolsita”, ma sempre capace di sottolineare con semplici occhiate o arricciar di labbra le piccole vezzosità quasi infantili del carattere o gli improvvisi incupimenti della incallita donna di potere.

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