Donne, uomini e materia in fermento nel terzo gruppo di corti in gara allo Short

Ci portano dall'Italia di Marinetti (rivisitata) all'India (ancora) patriarcale i lavori presentati alla manifestazione veneziana il 21 marzo e in replica il 22 alle ore 15 presso lo spazio InParadiso.

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Si apre e si chiude con due diversissime sortite nella condizione femminile la terza sestina dei lavori presentati al Concorso Internazionale del 14° Ca’ Foscari Short Film Festival: il primo è anche il secondo ed ultimo (dopo La notte) fra i titoli italiani in competizione, il brillante We Should All Be Futurists di Angela Norelli. Dove il (ri)montaggio di materiali filmici preesistenti e le voci over di una corrispondenza tra amiche ci riportano alla stagione delle avanguardie storiche sullo schermo (futuriste ma non solo) per proporne la caustica controlettura dalla parte delle donne e della loro emancipazione attraverso il piacere sessuale.

Perché l’ideologia marinettiana, pur misogina e guerrafondaia, qualche lato positivo ce l’ha, giacché gli artifici della tecnologia possono rivelarsi molto più idonei al godimento delle partner rispetto agli uomini (che forse prendono troppo alla lettera, pure fra le lenzuola, l’esaltazione futurista della velocità). Così, la carica dirompente di quella stagione del cinema e delle arti rivive in una postmodernità (e postumanità) che trascende sé stessa e i propri limiti. Consegnandoci una sorta di Povere creature! (We Should All Be Futurists lo affiancò alla Biennale tra i corti della Settimana Internazionale della Critica) retrò e ipercinefilo. E un piccolo saggio (sulle note del Valzer dei fiori di Tchaykovsky) su come rielaborare il già detto (e filmato) in qualcosa di nuovo.

Quasi agli antipodi stilisticamente ma tematicamente complementare l’ultimo corto mostrato, l’indiano Alvida (The Last Goodbye, di Dilu Maliackal): qui il terreno su cui si misurano l’oppressione patriarcale e le spinte a opporvisi è quello della morte, con l’ultima offesa alle protagoniste da parte di un sistema che nega loro persino il diritto dell’ultimo saluto a un defunto. Ma, tra due cerimonie funebri e il nitore di interni ed esterni in profondità di campo, l’opaca stagnazione di un sistema arroccato nei suoi dogmi vacilla, e nel confine superato dalla più piccola del trio sta forse il seme di cambiamento lasciato da un cammino che non è stato vano.

Per significativo contrasto, i titoli centrali del gruppo spostano la lente su varie e variamente problematiche figure maschili: a partire dal thailandese Memoir Rambler (di Sira Buranasri), primo documentario della selezione di quest’anno, dove l’oggetto d’indagine è il regista stesso, nel dialogo (im)possibile con una madre che non capisce e non lo capisce. Ed è senz’altro tra le opere più complesse e stratificate viste sinora allo Short questa docu-fiction dove la realtà si trasfigura in allegoria metatemporale e metafilmica, tra bianco e nero e colore, confessioni davanti alla videocamera e una tavolata sospesa nel campo-orizzonte di una tormentata auto-interrogazione esistenziale.

È tra padre e figlio invece la dialettica che informa il dramma di Dielli (di Dritero Mehmetaj): in un Kosovo tra alienazione e spinte a redimersi, i ruoli si confondono nella solitudine abissale dei protagonisti e nello spettro della dipendenza dall’alcol, in un intrico di tensioni, frustrazioni, lutti non elaborati e affetto che tuttavia resiste, luci e ombre perfettamente restituite dai due interpreti. Ma non sembra molto più risolto chi invece ha nel suo lavoro-missione e nel legame col proprio paesino d’origine un destino non aggirabile: è il caso del ginecologo protagonista del russo Sasha (di Maria Viktorova), piccolo, contraddittorio e riluttante eroe di una comunità rurale dove sulla Storia sembra essersi posata una coltre di neve. E l’atipico dramedy, complice l’enigmatica, serafica e taciturna anziana che attraversa la vicenda, si fa metafisico.

La materia in continuo (e doloroso) mutamento informa invece Stabat Mater (di H. Malton, Q. Wittevrognel, A. Mege, C. Thelliez e W. Defrance, dalla Francia), in una stop-motion senza dialoghi (ma riempita sino alla saturazione dalla musica sacra) che rilancia ulteriormente la riflessione cara allo Short sul confine fra testo e autore. E la porta alle estreme conseguenze, bipartendo per quasi tutta la durata il quadro fra scultore e scultura, che la tecnica d’animazione e l’intensa conclusione suggeriscono e infine ribadiscono essere parte della stessa sostanza, della stessa opera, dove la vita e la morte che si dà e ci si dà sono due mo(vi)menti interni a un’unica, tormentata sinfonia che prega di (non) esistere.