I FILM DELLA SETTIMANA

Un film su Jimi Hendrix? All’erta all’erta, pericolo massimo. Già tutte le biopic sono a rischio fraintendimento – o santini od offese per i devoti al personaggio – qui trattandosi poi del più grande tra i chitarristi tout court (qualcuno provi a smentire se riesce) siamo ben oltre la soglia dell’attenzione. Ma non preoccupatevi. In Jimi: All Is By My Side si racconta soprattutto dell’alba della gloria, dell’anno che precede lo show della consacrazione, quello al Monterey Pop del 1967, dal ’66 al ’67 nella swingin’ England. L’afroamericano John Ridley è scrittore, sceneggiatore (12 anni schiavo), attore, produttore e regista (soprattutto tv) e ha creduto molto nel progetto. Soprattutto quando si è trovato di fronte il rapper André Benjamin, con qualche piccolo ritocco praticamente un sosia perfetto. E ci piace anche citare nel cast l’inglese Imogen Potts, bizzarramente carina, ma soprattutto attrice comedy di grandi potenzialità.

Caldo caldo da Venezia (con Premio Pasinetti al regista), Anime nere è un dignitosissimo mafia movie (meglio: ‘ndrangheta movie), on the road tra Calabria ed Europa. Una bravata del vent’enne Leo (Giuseppe Fumo), scatena una faida tra famiglie/clan che sfocerà in un bagno di sangue da tragedia greca. Francesco Munzi dirige con occhio al genere, cercando di non disturbare con (eventuali) vezzi d’autore intellettuale. L’italo australiano Marco Leonardi interpreta un trafficante internazionale di droga, l’ottima Barbora Bobulova è la cognata, moglie di uno dei tre fratelli protagonisti.

Anche se non vuole, La nostra terra di Giulio Manfredonia proprio non ce la fa a non essere una lezioncina moralista. Da una terra confiscata a un latifondista criminale pugliese non nascono solo i prodotti agricoli, ma anche le contraddizioni delle leggi antimafia. Ovviamente, tra “nordisti” tutta teoria e poca dimestichezza col territorio e contadini chiusi nel loro “particolare”,  se ne uscirà solo con reciproci compromessi e arricchimenti. Giulio Manfredonia ci piacque anni fa con Si può fare e poi con Qualunquemente, qui si salva in corner giusto per la simpatia e la scioltezza degli interpreti (Rubini, Accorsi e Iaia Forte).

Scombinato e totalmente avatiano nell’atmosfera e nella sgradevolezza di certi personaggi e situazioni, Un ragazzo d’oro assembla vezzi e vizi del Pupi regista bolognese. Scamarcio è un nevrotico (non preoccupatevi, poi peggiora) pubblicitario con sogni da scrittore che deve tornare a Roma per la morte improvvisa dell’odiatissimo padre (causa del suo malessere psichico), uno sceneggiatore del “peggior” cinema gastronomico italian/romano. Lì ci sarà una drammatica resa dei conti con il fantasma paterno, per l’intervento anche di una editrice americana trasferita in via Margutta (una Sharon Stone monoespressiva e malmostosamente poco coinvolta), in cerca di un misterioso manoscritto del frustrato genitore. Sceneggiatura tirata via (peraltro premiata a Montreal) quasi come le riprese (affrettate?).

Immaginiamo poi i genitori angariati da bambini scatenati tra due opzioni: il cartoon L’ape Maja: il film (ebbene sì, anche lei trasloca nella computer animation per grande schermo) di Alexs Stadermann o (per i più grandicelli) Tartarughe Ninja con il ritrono dei buffi guerrieri dai nomi rinascimentali, impegnati a difendere New York dal Clan del Piede. Dirige Jonathan Liebesman. Ebbene, la scelta è tutta loro, noi possiamo solo assicurare sulla professionalità dei prodotti.

Chloe Grace Moretz crescendo con l’età (non tanto in altezza) sta evidentemente cercando di capire cosa può fare, sperimentandosi in vari contesti. Qui la incontriamo in un mèlo super lacrimogeno da un libro di Gayle Forman. In Resta anche domani, regia di R. J. Cutler, in ospedale in coma (però noi vediamo il suo doppio agire e riavvolgere il filo degli avvenimenti) è chiamata a scegliere sul suo destino: vita o morte. Chissà cosa deciderà di fare!

Ricominciamo dopo la pausa estiva a chiudere la rubrica con il “piacere colpevole”. Qui lo facciamo con il “solito” (ormai bisogna dire così) Liam Neeson, ex poliziotto e ora occhio privato che agisce volentieri aldilà delle legge. Ne La preda perfetta è ingaggiato per aiutare un trafficante di droga a trovare gli ancor peggiori criminali che gli hanno rapito e massacrato la consorte. E quando Matt Scudder (così si chiama il suo personaggio, e il nome farà fischiare le orecchie a tanti fan della letteratura hard boiled) si indigna, beh per quanto malvolentieri ci vuol poco a trasformarsi in giustiziere metropolitano. Attenzione a non liquidarlo come cascame di noir urbano come tanti altri: l’autore è il tutt’altro che dozzinale Lawrence Block e i più cinefili si rammenteranno di avere già incontrato Scudder su schermo nel 1986, interpretato da Jeff Bridges, in 8 milioni di modi per morire. E poi il regista è il noto sceneggiatore Scott Frank (quello, per dire, di Get Shorty”, Minority report, Wolverine l’immortale), merita dunque ampio rispetto.

Massimo Lastrucci

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