IL CINEMA DI AUGUSTO TRETTI

DI MASSIMO LASTRUCCI

Augusto TrettiInvisibile, irregolare, integerrimo. Tre “i” per definire il cinema di Augusto Tretti (1924-2013), uno di quei cineasti che ha pensato di capire la realtà e attaccare il mondo attraverso il grande schermo, contro le sue convenzioni (per contenuti e linguaggio). Di lui, che è stato anche aiuto regista di Fellini (e che lo definì «il matto di cui ha bisogno il cinema italiano ») per Il bidone, ci restano due film, La legge della tromba (1962) e Il potere (1972), un lavoro per la televisione (Alcool, 1980) e un mediometraggio, Mediatori e carrozze (1983), realizzato grazie a Olmi e Paolo Valmarana. Il Torino Film Festival ne ha riconosciuto (credo da sempre) le affinità elettive e ora lo ricorda, lo celebra e prova a “resuscitare” la sua poetica naif , epico-didattica e anti con i suoi due lungometraggi e un documentario di 30 minuti di Maurizio Zaccaro, del 1985, Augusto Tretti: un ritratto, in cui il cineasta, “eccentrico radicale”, racconta se stesso a una universitaria.

La legge della trombaLA LEGGE DELLA TROMBA (1962). Attraverso le disavventure esasperate di una banda male in arnese di ex banditi ora impiegati in una fabbrica di trombe, una metafora dei meccanismi di sfruttamento del potere. Il linguaggio parodistico estremista del film (dilettanti assoluti a recitare sia pur doppiati, suoni “casalinghi” sovrapposti dopo, didascalie), con il suo brechtismo selvaggio e naif, irritò critici (eccezioni a parte) e pubblico (fu un formidabile flop che non raggiunse i 2 milioni di incasso), ma raccolse l’entusiasmo di vari intellettuali, specie quelli prossimi a Cinecittà (Moravia, Maselli, Flaviano, Zavattini, Vancini, più Fortini).

Il potereIL POTERE (1972). Ancor più lussureggiante esempio del suo cinema politico, attuato sempre con dilettanti («I personaggi devono sembrare marionette che raccontano un discorso che deve servire a pensare »), con una gestazione di oltre sette anni, Il potere fu il “suo successo”, circolando infatti per un po’ nel circuito dei cineclub. Tre belve, il leone, la tigre e il leopardo rappresentano rispettivamente il potere militare, commerciale e agrario. Dialogando ed esemplificando, dimostreranno come, per quanto lunga sia la Storia, le redini del gioco rimangono e rimarranno sempre nelle loro mani, dall’antica Roma al fascismo, dal Vaticano al neocapitalismo supportato dal revisionismo socialista. Coloratissimo e a suo modo sfarzoso, il grottesco apologo si conclude con una massima di Lenin: «Ma chi non sa che ai nostri giorni ogni furfante ama pavoneggiarsi in un vestito rosso? ».

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