LA POESIA DE “L’ALTRA HEIMAT-CRONACHE DI UN SOGNO”: INTERVISTA CON EDGAR REITZ

Edgar Reitz
Foto di Christian Lüdeke

Ritorna sul grande schermo solo per due giorni (31 marzo e 1 aprile) uno dei registi più visionari e poetici della storia del cinema: Edgar Reitz. Autore della monumentale trilogia di Heimat, divisa in diversi episodi quando ancora la serialità non veniva esplorata dai grandi registi, ha questa volta cambiato il contesto storico del suo nuovo lavoro. L’altra Heimat – Cronache di un sogno, distribuita nel nostro Paese da Ripley’s Film, Viggo e Nexo Digital, è infatti ambientata nel 1842 e vede protagonista un giovane sognatore, Jakob Simons, ragazzo dalle spiccate doti intellettive con la voglia di abbandonare il piccolo paese di Schabbach ed emigrare in Brasile. I temi che Reitz tratta nella sua opera sono attuali e il film offre molteplici spunti di riflessione sul nostro presente…

Reitz, come mai la scelta di girare in bianco e nero e soprattutto usare solo alcuni colori? Ha voluto dare un focus a scene particolarmente significative per lei?
Non è usuale nel cinema sceglie di mischiare bianco e nero e colore. In questo tempo in cui viviamo, grazie al digitale, il passaggio dall’uno all’altro è semplificato al massimo e ho capito ancora di più qual è la differenza stilistica tra i due. Il bianco e nero non è semplicemente l’assenza del colore, è una lingua filmica a sé. Una storia in bianco e nero diventa un’altra se girata a colori, rimanda ad un contenuto completamente diverso. In quest’opera avevo bisogno del colore, era proprio una necessità per me. Ci sono momenti in cui volevo dare alla scena una precisa connotazione poetica e doveva esserci una sfumatura in particolare.

Jakob si sente imprigionato in un piccolo paese e vorrebbe allargare i suoi orizzonti, ma per farlo deve rinunciare inevitabilmente a qualcosa. Qual è il rapporto del film con la libertà?
C’è una frase che Jakob dice quando è in prigione «la libertà non è semplicemente il contrario di essere imprigionati, ma è un diritto sacro di ogni essere umano ». È proprio di questo che parla il film, della libertà che diviene un ideale in senso lato. È un sentimento insito nell’essere umano, in qualsiasi situazione e ovunque ci troviamo, secondo poi le proprie esigenze.

L'altra Heimat
Foto di Christian Lüdeke

I personaggi del film vivono la loro esistenza con una certa “lentezza”. È forse una soluzione alla nevrotica vita moderna e in senso più ampio alla crisi che stiamo attraversando ora?
Dopo aver vissuto due anni di lavorazione in un tempo diverso, dilatato, tornare alle nostre vite, alla nostra quotidianità, è stato strano. La mia prima impressione una volta ritornato al “mondo reale” è stata che viviamo in un incredibile lusso, che non abbiamo la minima idea di quali siano i nostri veri bisogni elementari e che le nostre necessità ora siano dettate da un qualcosa di artificiale e non di naturale. C’è un’incredibile differenza tra questi due modi di comprendere appunto le proprie esigenze primarie e questa diversa ottica è un elemento molto importante del film. Per me infatti è fondamentale mostrare questa prospettiva così lontana da noi. Con questo non voglio dire che la vita era migliore nel 1840, ma credo che la consapevolezza di come si viveva poco più di 160 anni fa sia molto importante. Quelli erano tempi estremamente duri e probabilmente quasi nessuno di noi riuscirebbe a sopravvivere a un quotidiano come quello che racconto nel film.

Le donne nei suoi film sono particolarmente affascinanti e complesse. Preferisce le figure femminili?
Tutti i miei personaggi cerco di svilupparli in un modo tale che mi ricordino la vita reale. Questo è importante sia per i caratteri maschili sia per quelli femminili. In questo caso specifico bisogna anche dire che il protagonista è Jakob, un uomo. Però sì, in generale forse ho una simpatia maggiore per le donne, perché trovo che abbiano la biografia più interessante. Le loro storie contengono più rotture rispetto a quelle molto più lineari delle figure maschili.

Heimat è una parola che in tedesco ha svariati significati. L’ha scelto come titolo perché anche il suo cinema è così?
Effettivamente in una prima versione de L’altra Heimat non c’era questo titolo e neanche Schabbach, il villaggio immaginario dove vivono Jakob e la sua famiglia, lo stesso dei miei precedenti film. A un certo punto mi sono proprio chiesto “ma perché non Heimat e perché non Schabbach?”. Con questi due elementi l’orizzonte interpretativo dell’opera si allarga e si concatena con gli altri film. Così anche L’altra Heimat entra a far parte di un lavoro più grande, di un cosmo molto più esteso. Quindi sì, il titolo è pensato perché questo film non rimanga chiuso in se stesso ma assuma proporzioni più vaste.

L'altra Heimat
Foto di Nikolai Eberth

Vedendo il film si ha la sensazione che lei voglia raccontare la Storia, quella che finisce nei manuali scolastici, attraverso le vite di chi vi è dentro, ma non viene citato nelle pagine dei libri. Narra quindi un periodo storico significativo in Germania partendo “dal basso”?
La risposta è che non è dal basso in alto ma è più che altro un qualcosa che esce dalla storia secondo il mio punto di vista. Per rendere una figura credibile devo inserirla in un luogo e in un tempo entro i quali essa vive la sua vita. Automaticamente, definendo questi due elementi, un personaggio entra nella nella Storia. Quindi il processo è inverso. Non racconto un periodo o un’epoca, ma un carattere che però ovviamente vivendo in quegli anni e in quell’ambiente entra a far parte di un affresco storico.

Nel film c’è un bellissimo cameo con Werner Herzog, con il quale ha firmato, insieme anche ad altri registi come von Trotta, Kluge e Fassbinder, il Manifesto di Oberhausen, che aveva l’intento di rivoluzionare il cinema tedesco ormai in crisi. Quali sono i vostri rapporti?
Negli anni Sessanta e Settanta in Germania si è verificato un fenomeno che in molti altri Paesi non c’è stato, almeno non in questa forma. C’era un’incredibile coesione e amicizia tra registi, tra appunto persone che si dedicavano alla stessa arte. Eravamo tutti in un dialogo costante, sempre in comunicazione su cosa facevamo e come lo facevamo, giorno e notte. Poi molti di questi rapporti con il tempo chiaramente si sono spezzati, un po’ per dove la vita ci ha portato, e un po’ per ragioni concorrenziali che in qualche maniera hanno sempre un peso, purtroppo. Io e Werner (Herzog, ndr.) ci conosciamo da tantissimi anni; lui è un pochino più giovane di me, ma siamo sempre stati grandi amici. Quando lui fece il suo primo film Lebenszeichen (Segni di vita, 1968) io avevo già iniziato a lavorare nel mondo del cinema. Lui voleva girare quest’opera e io gli detti tutto per far sì che realizzasse il suo primo film. Usò la mia macchina da presa e si portò tutta la mia troupe sul set, una piccola isola greca! Adesso quando abbiamo girato L’altra Heimat dovevamo trovare una persona per il ruolo di Alexander von Humboldt, un grande ricercatore naturale che fa parte della storia tedesca. Ho pensato a Herzog e gli ho mandato una e-mail in California, dove lui vive adesso, chiedendogli se era disposto a girare questo cameo. Sa come ha reagito? Due giorni dopo era già in Germania.

Lei sembra essere un regista controcorrente. Quando nessuno pensava a opere in diverse puntate lei ha girato Heimat (1984) in undici episodi. Ora che registi e attori si cimentano con la serialità lei invece decide di girare un film…
Il fatto è che la televisione all’epoca era una realtà molto diversa rispetto a ora e offriva una possibilità di collaborazione completamente diversa, forse anche più sperimentale. Ho concepito L’altra Heimat – Cronaca di un sogno per il grande schermo perché ho l’impressione che ora il cinema abbia bisogno di nuovi impulsi.

Qual è quindi secondo lei la posizione del cinema oggi e quanto ne abbiamo bisogno?
Io credo sia comunque ancora il luogo dove avviene la forma più intensa di incontro tra pubblico e contenuto cinematografico, e per questo ho voluto proprio concepire L’altra Heimat per il cinema. Perché ora più che mai serve ritrovare il piacere della sala.

L'altra heimat
Foto di Christian Lüdeke

Ha mai avuto delle difficoltà nella produzione dei suoi film o dei dubbi sul suo lavoro?
Diciamo che ho dubbi sin da quando ho iniziato a lavorare nel cinema perché a volte è un business davvero orrendo. Gli autori e gli artisti sono l’anello più debole di una catena che non può fare però a meno di loro, e in molti casi purtroppo lavorano per compensi minimi. Il sistema di sovvenzioni che si è venuto a creare negli ultimi trent’anni ha fatto sì che siano sempre in qualche modo le persone sbagliate ad arricchirsi. Ci sono produttori che vogliono veramente portare avanti un cinema più “impegnato”, ma non gli viene consentito di lavorare con una serenità economico-finanziaria adeguata, che gli permetta poi di reinvestire in opere di qualità, e questo è un fatto difficile da accettare. Dopo ogni film c’è una regione per dire “basta non ne farò mai più uno”, ma puntualmente una volta finita un’opera inizio subito a pensare a quella successiva.

Quali sono i cinque registi che maggiormente l’hanno influenzata?
Sono molti più di cinque, ma se devo scegliere direi Luis Buñuel, Vittorio De Sica, in parte Federico Fellini, Abel Gance e Robert Altman. Ho cercato di toccare un panorama internazionale (ride ndr.)

Ha un consiglio per i giovani che si affacciano a questo mondo?
In questa risposta sarò brevissimo. Ama i tuoi personaggi!

Rudy Ciligot

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