MARIO BAVA: A COURMAYEUR OMAGGIO AL MAESTRO DEL BRIVIDO ITALIANO

Come spesso, dobbiamo ringraziare i francesi. Cioè: se oggi Mario Bava (1914-1980) ci appare indiscutibilmente come un Autore, figura di fondamentale importanza nel panorama intero del cinema non solo italiano, lo dobbiamo ancora una volta a quei fanatici cinefili un po’ snob dei Cahiers du Cinéma (e dintorni) che notarono tutta l’originalità dei film, considerati in Italia “commerciali”, di un grande direttore della fotografia, artigiano dalle mille soluzioni tecniche, passato piuttosto tardi alla regia. Giustamente colsero nel suo debutto registico a 46 anni, La maschera del demonio (1960) i “sintomi” del capolavoro horror e, nell’indifferenza dei suoi compatrioti, cominciarono a seguirlo ed esaltare le sue regie (specie quelle orrifiche e gialle). Sei donne per l'assassinoE ancor più giustamente il “Noir In Festival” di Courmayeur lo ricorda in questi giorni (il 12 dicembre) con una tavola rotonda e soprattutto con la versione restaurata (meritorio lavoro della Cineteca di Bologna e della Arrow Film) di Sei donne per l’assassino, il film che 50 anni fa inaugurò il filone del thriller all’italiana. Detto per inciso, qualcuno ha contestato in passato rispettosamente questa data, sostenendo che già ci furono i prodromi del glorioso genere ne Il rossetto (1960) di Damiani (sebbene troppo neorealistico), L’orribile segreto del Dr. Hichcock (1962) di Freda (sebbene troppo gotico) o La ragazza che sapeva troppo (1963) dello stesso Bava (sebbene troppo mescolato con la comedy). Però sulla sua ascendenza nei confronti delle opere future (di Argento, Lado, Fulci, Lenzi, Avati, Bava figlio, ecc.), nessun dubbio, Sei donne per l’assassino è il film che ha segnato le caratteristiche più eclatanti, che ha tracciato la via. A cominciare dalla serialità delle morti e della loro spettacolarizzazione cruenta (lame, pistole, cuscini e soprattutto – ah, la buona arte di arrangiarsi italica applicata al delitto! – una stufa e una vasca da bagno!). E poi, altra “prima volta”: qui l’assassino agisce celato da un cappello a larga tesa e un impermeabile, inaugurando così una fiorente passerella di killer psicopatici in maschera.

La storia è ambientata in uno studio di alta moda a Roma, dove si moltiplicano gli omicidi di modelle e impiegati. La ragione? Bisognerà scavare nel passato, sulle tracce di un lontano crimine rimasto sepolto. Gli interpreti, a parte Cameron Mitchell, noto attore della serie B americana (tanti i suoi western), non sono di primo piano; Eva Bartok, Thomas Reiner, Ariana Gorini, più Enzo Cerusico nei panni di un benzinaio. Sei donne per l'assassinoIl film sortì un effetto shock (specie – lo ribadiamo – all’estero, dove fu presentato, nei paesi anglosassoni, con il titolo di Blood and Black Lace), grazie anche a una fotografia straordinariamente curata con colori così esagerati, gratuiti e pop (a macchie sulla pellicola) da virare quasi da subito nel grottesco inevitabilmente autoironico (caratteristica questa di Bava, regista che cercava di non prendersi mai sul serio, magari sino all’eccesso di modestia, non per niente si definiva un artigiano mite e timoroso e ironizzava tantissimo e con sarcasmo su quelli che teorizzavano su di lui). Terminato il lavoro, Bava passò vertiginosamente al western (La strada per Fort Alamo, 1965), alla fantascienza (Terrore nello spazio, 1965), alla parodia comico-spionistica (Le spie vengono dal semifreddo, 1966, con Franco e Ciccio) prima di tornare all’horror con l’ottimo Operazione paura (1966).

Insomma, se all’elenco aggiungiamo un altro cult, I tre volti della paura (film a episodi con Boris Karloff del 1963), il thriller 5 bambole per la luna d’agosto (1969), il primo slasher italiano Reazione a catena (1971), l’horror quasi vintage Gli orrori del castello di Norimberga (1972), uno splendido e mai distribuito in sala Cani arrabbiati (o Semaforo rosso, 1974), capiremo allora perché Mario Bava sia considerato un grande padre nel nostro cinema “di paura”. Un nome venerato dai fan di tutto il mondo, perché come ha scritto Joe Dante: «Bava filmava la morte così amorevolmente che ti faceva sentire un perverso, appena fuori dal cinema. Nessun altro ha fatto queste cose tanto bene ».

Massimo Lastrucci

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