RUSSELL CROWE: L’AFFETTO BRUTALE DI UN EX GLADIATORE

In Padri e figlie di Gabriele Muccino, Russell Crowe è uno scrittore vittima di crisi epilettiche, che si aggrappa all’amore per la figlia. Dopo due produzioni poco convincenti, l’attore neozelandese ritorna sul grande schermo con una delle interpretazioni più intense e commoventi degli ultimi dieci anni

Russell CroweUn film fragile e struggente. Il ruolo di un uomo vulnerabile, che porta con sé la responsabilità della morte della moglie e del conseguente dolore incancellabile, irremovibile di una figlia. Russell Crowe, dopo due produzioni fuori misura, fuori fuoco e poco convincenti (il kitschissimo Noah di Darren Aronofsky e l’esordio alla regia con l’anacronistico The Water Diviner), ha abbandonato – almeno temporaneamente – le ambizioni del kolossal, abbracciando questa nuova creatura mucciniana, che sorprende ed emoziona. Sia chiaro, Padri e figlie è pur sempre un melodramma famigliare che non sfugge alle convenzioni tipiche di un cinema dichiaratamente commerciale: ciononostante, questa volta Gabriele Muccino si è dimostrato pienamente a suo agio con la materia, rivelandosi forse il regista più abile possibile alle prese con un genere cinematografico che rivendica comunque il suo diritto di esistere, con un target di pubblico considerevole e fedele. E con tutto il rispetto, se in Quello che so sull’amore il protagonista era un Gerard Butler indisponente (che lo stesso Muccino «avrebbe preso a manate sul set », parole sue), un film che può vantare della partecipazione di uno degli attori più amati da Hollywood nei primi anni Duemila, vincitore di un Oscar per Il gladiatore e nominato altre due volte (Insider – Dietro la verità e A Beautiful Mind), ha tutta un’altra base portante. Vive di tutt’altre premesse.

 

Russell CroweIl trasporto professionale ed emotivo di Russell è stato totale, malgrado non avesse visto neppure un film del regista romano prima di leggere la sceneggiatura di Brad Desch. Il talento di Muccino di dirigere grandi attori e di coglierli nelle loro sfumature più delicate ha fatto il resto (deve essere ricordato, a tal proposito, il lavoro svolto con Will Smith ne La ricerca della felicità). Il risultato è l’interpretazione dell’attore neozelandese più intensa e commovente degli ultimi dieci anni, quella maggiormente in grado di lasciare un ricordo profondo nell’immaginario collettivo, che potrebbe essere presa in considerazione per un’altra nomination in ottica Oscar e Golden Globe: un Crowe così sinceramente graffiato nell’anima lo avevamo lasciato in Cinderella Man di Ron Howard. E poi c’è il fascino irresistibile di un ex gladiatore, di un cinquantenne che un tempo è stato sex symbol e che oggi non ha paura di mostrare i segni sul volto e il peso – inteso anche in senso letterale – di una carriera contrassegnata da ghiotte soddisfazioni e da altrettanto amare delusioni, dentro e fuori dai set, dovute anche a un carattere non facilissimo che lo ha trascinato a qualche episodio personale certamente spiacevole (l’arresto a New York nel 2005, dopo aver scaraventato un telefono addosso al portinaio di un hotel). Per questo, lo scrittore Jake Davis, un uomo che combatte contro la depressione, i propri fantasmi e le difficoltà economiche soltanto nel nome dell’affetto brutale per una figlia, è quanto di più tenero e romantico poteva essere personificato da chi, una volta, combatteva nelle arene contro le tigri.

Emiliano Dal Toso

 

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