Xavier Dolan, la rockstar del cinema d’autore: “L’arte s’impara rubando le idee degli altri”

Xavier Dolan

Ha 28 anni ed è la rock star del cinema d’autore. Lo testimoniano le centinaia di ragazzi che da questa mattina lo aspettavano ai bordi del red carpet. Per Xavier Dolan, ospite dell’incontro-fiume del giorno alla Festa del cinema di Roma, i 1200 posti della sala Petrassi sono stati venduti in meno di 15 minuti. Ha qualcosa di speciale questo ragazzo che a soli 21 anni s’era già imposto all’attenzione della critica e del pubblico con il primo film che avesse mai girato. A sentirlo parlare, diretto, senza filtri ed emotivo «i film li guardo con il cuore e non con il dizionario in mano, per questo tra i miei preferiti ci sono Titanic e Jumanji», c’è da sperare che non cresca mai. Ecco 3 domande (+1) che ci aiutano a conoscere meglio l’enfant prodige.

Uno dei motivi per cui il tuo cinema ha conquistato il mondo è che si sente che c’è un bisogno, una necessità. Cosa ti ha portato a girare i tuoi film?

Nelle mie opere c’è sempre la necessità di raccontare una storia, di fare un film, iniziare un lavoro. J’ai tué a mère è stato il mio primo film, non avevo mai diretto un corto, non ero mai andato a scuola di cinema, mi ero solo diplomato, poi avevo lasciato la scuola e avevo detto che sarei diventato qualcuno. Volevo fare l’attore, il mio sogno era recitare ma in quel momento ero disoccupato. Allora mi sono detto, se faccio un film sulla mia vita e lo dirigo io non ci potrà essere competizione per la parte del protagonista, chi potrebbe essere, se non io? Così ha preso il via il progetto ma poi le cose si sono complicate, ho investito tutti i miei soldi, nessuno credeva che questa operazione sarebbe stata possibile, eccezione fatta degli attori che hanno sempre creduto in me e nel film. Per cui in realtà direi che i miei film non c’è una necessità ma una un problema, un problema da risolvere. All’epoca volevo dovevo risolvere il problema di trovare il modo di iniziare la mia vita come artista.

Quali sono i tuoi riferimento cinematografici, c’è qualche regista a cui ti ispiri?

Non ho visto moltissimi film, ne ho visto qualcuno certo, ma non moltissimi, e tutte le volte che si fanno paragoni con i miei film o si parla di un film particolare mi rendo conto che spesso deludo i miei interlocutori quando dico di non averli visti, e un po’ mi vergogno di questo. Ci sono dei buchi da riempire nella mia cultura cinematografica. Ma prima di iniziare a fare il regista ho letto un libro, che consiglio a tutti, lo trovate su Amazon: Steal Like an Artist. Ruba da artista. Ti dà dei consigli per diventare artista se ne hai il potenziale e io ci ho trovato dentro tanti suggerimenti. Ti fa capire che tutti iniziano con l’essere fasulli per poi diventare reali. Rubare è naturale perché non sai chi sei finché non crei qualcosa. E qualcosa riesci a farla all’inizio solo attraverso il furto. Ripeti delle idee finché non diventano tue. Ho iniziato a essere davvero me stesso attorno a Tom à la ferme, lì ho capito cosa mi piaceva, cosa no, ma ripeto, puoi farlo solo dopo che hai rubato da altri.

Molti dei tuoi personaggi lottano per essere quello che sono ma non sempre raggiungono la felicità. È vero?

Ci sono così tanti film su persone senza speranza né fortuna né soldi, persone che non lottano per ottenere nulla o che se lottano per fare qualcosa ma non ci riescono mai, sono film che hanno anche successo, i cosiddetti poverty porn. A me invece piace fare film su persone che combattono per essere quello che sono, persone che si scontrano contro la società perché gli sbattono in faccia che c’è chi ha ancora voglia di sognare. Voglio raccontare storie di persone che non hanno bisogno di nulla per combattere perché semplicemente si portano dentro il desidero di essere combattenti. Sono personaggi che potranno anche finire con nulla ma che non saranno mai perdenti. I miei film sono sempre su persone che cercano di essere chi vogliono e se non ci riescono è sempre per colpa della vita, mai per colpa loro.

Preferisci dirigere o recitare?

Preferisco recitare, ma quando dirigo recito anche attraverso gli attori che ammiro. Certo questo tipo di recitazione non è soddisfacente come recitare davvero, ma mi tiene occupato per mesi, a volte anni. Imparo molto, moltissimo. Ma nel mio cuore mi manca recitare e so che vorrò farlo di nuovo in futuro. O per me, o per gli altri.

Maria Laura Ramello

(foto di Pietro Coccia)

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