Kim Ki-duk, il regista sudcoreano muore a 59 anni

Vincitore di un Orso d’oro e di un Leone d’oro, è stato uno dei più importanti cineasti dell’ultimo ventennio.

Kim ki-duk

Kim Ki-duk è morto a 59 anni per complicazioni legate al Covid. Il grande regista sudcoreano era in Lettonia, per questioni private, e da alcuni giorni i componenti del suo staff avevano perso i contatti con lui. Avrebbe compiuto 60 anni il 20 dicembre.

Cineasta dal grande talento e dalla poetica in perenne equilibrio tra melodramma e rappresentazione della violenza, Kim Ki-duk è stato uno degli autori più importanti del cinema mondiale degli ultimi vent’anni. Dopo i primi tre già interessantissimi film, Crocodile, Wild Animals e Birdcage Inn, il suo cinema potentissimo venne internazionalmente riconosciuto alla Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia del 2000, dove era in concorso con Seom – L’isola, struggente storia d’amore e dolore che sconvolse critica e pubblico, soprattutto per la crudezza di alcune scene. Film bellissimo, che aprì una stagione particolarmente prolifica e di altissima qualità per il regista, che in pochi anni girò una serie di opere straordinarie, Real Fiction e Address Unknown, Bad Guy e The Coast Guard.

Tra l’estate del 2003 e Venezia 2004 Kim Ki-duk infila tre film straordinari.

Primavera, estate, autunno, inverno…ancora primavera è un’opera zen che vince quattro premi collaterali a Locarno, ma viene misteriosamente ignorata dal palmares ufficiale. La Samaritana è un melodramma su amore, colpa e redenzione che sarebbe potuto essere tranquillamente un film scritto da Schrader per Scorsese. Infine, a Venezia 2004 porta Ferro 3, forse il suo capolavoro, una storia d’amore e fantasmi di straordinaria dolcezza e poesia. Gli viene negato il Leone d’Oro, andato al comunque ottimo film di Mike Leigh Il segreto di Vera Drake, viene risarcito con un Leone d’argento che gli lascia una profonda amarezza.

Autore estremamente politico, Kim Ki-duk non ha mai avuto un buon rapporto con la sua madre patria, dove il suo cinema veniva spesso osteggiato e aspramente criticato. Lui apparentemente ignora e va avanti per la sua strada. L’arco e soprattutto Time sono due ottimi film, ma qualcosa si è evidentemente rotto in lui, una crisi creativa ed esistenziale che esploderà nel 2008 e che lo terrà per tre anni lontano dal set. Vi tornerà con un documentario, a Cannes 2011, Arirang, che è un canto disperato d’aiuto, un’autobiografia che ha un effetto catartico e che gli permette di riprendere il suo discorso cinematografico dove lo aveva interrotto, portandolo a vincere il Leone d’oro nel 2012 con Pietà.

La produzione successiva di Kim è altalenante, ma sempre interessante e fuori dal coro, alterna film spiazzanti ed estremi a opere più convenzionali. Ventisei film in ventitre anni, una filmografia di eccezionale spessore e qualità che andrebbe scoperta e riscoperta.

Mancherà Kim Ki-duk, è un’altra dolorosa perdita per il cinema mondiale.

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