La vita davanti a sé: all’amore e alla vecchiaia

Edoardo Ponti dirige la madre, Sophia Loren, in "La vita davanti a sé", tratto dal romanzo di Romain Gary e dal 13 novembre su Netflix. La nostra intervista al regista

Sophia Loren torna sullo schermo e a riportarcela è suo figlio, Edoardo Ponti, che l’ha diretta in La vita davanti a sé, prodotto da Palomar e in esclusiva su Netflix dal 13 novembre.

Ponti, che ha firmato anche la sceneggiatura con Ugo Chiti, ha adattato l‘omonimo romanzo di Romain Gary (già al cinema nel 1977 in un film con Simone Signoret), racconta di Madame Rosa, superstite dell‘Olocausto, che si prende cura dei figli delle prostitute nel suo modesto appartamento a Bari. Un giorno accoglie anche Momo, dodicenne senegalese che l‘ha derubata, e insieme affronteranno le loro solitudini, dando vita a un‘insolita famiglia. Accanto alla Loren ci sono Ibrahima Gueye, Renato Carpentieri e Massimiliano Rossi. «Il romanzo, che mi ha sedotto vent’anni fa – dice Ponti – è una bellissima storia d’amore e d’amicizia e mi ha dato l’opportunità di mettere insieme due personaggi e due attori provenienti da angoli opposti del mondo. Mi colpisce come il libro affronta i temi della famiglia, che va oltre i legami di sangue, e della tolleranza».

Bari diventa come Belleville.
Cercavo un posto che fosse un pastiche di culture, volti, colori, energie e Bari mi sembrava il luogo più adatto alla nostra storia.

Si emoziona ancora a dirigere sua madre?
Sempre, tra noi ci sono grande rispetto e sintonia creativa. E bisogna considerare che lavoro sia con mia madre che con Sophia Loren, un’artista che alla sua età ha ancora voglia di mettersi in gioco e rischiare. Sono colpito da quello che ogni giorno dava al film, dalla sua forza e dalla sua tenacia. È sempre la prima ad arrivare sul set, sempre preparatissima.

Sofia recita al fianco di ragazzini che non hanno la più pallida idea di chi lei sia e che quindi non subiscono il fascino di una icona.
E questo era un grande vantaggio. Era importante però che tra mia madre e Ibrahima si creasse un legame forte e per questo durante la lavorazione del film abbiamo vissuto tutti nella stessa villa.

Come hai trovato il giovanissimo protagonista?
Ho fatto provini a 350 ragazzi e Ibra è stato il primo che ho incontrato. Cercavo una persona che avesse non solo la durezza e l’irriverenza di un bambino di strada, ma anche la profondità, il cuore, l’anima, che emergono nella seconda parte del film. Lui non sapeva neanche che fossi il figlio di Sofia e quando lo ha scoperto si è sentito un po’ mio fratello e mi ha promesso che si sarebbe impegnato moltissimo.

Rispetto al romanzo, il film asciuga le sottotrame e va all’essenziale del rapporto tra Momo e Madame Rosa.
Quando si adatta un romanzo bisogna arrivare all’anima del libro per dare spazio e ossigeno ai momenti di pro- fonda umanità tra i personaggi. Se sei impegnato a raccontare troppi fatti, quei momenti si perdono.

Alcune scene del film sono ambientate in un “angolo della memoria”.
Un luogo reale, ma anche dell’anima e del cuore, un posto segreto dove ritrova- re il dolore provocato da grandi tragedie, ma anche un raggio di speranza, una voglia di rinascita. Quel luogo è l’inizio e la fine di qualcosa.

Cosa la commuove?
Non la tristezza, ma l’autenticità di un sorriso, di uno sguardo, di una parola.

Cosa vorrebbe che il pubblico portasse con sé del film?
L’ultima frase del libro di Gary è «bisogna amare». Nonostante tutto, alla fine, bisogna amare.

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