Pelé, Maradona e gli altri: è difficile essere un Dio

L’arrivo su Netflix del documentario su O’Rey riporta alla ribalta la difficoltà di essere campioni sul campo e nella vita

La prima scena di Pelé, il documentario sul grande giocatore di calcio brasiliano, disponibile dal 23 febbraio su Netflix, spiega perfettamente cosa vuol dire sopravvivere alla propria leggenda. Il campione che ha vinto tre mondiali di calcio, che detiene il record di goal della storia, entra in campo, quello cinematografico in questo caso, aiutandosi con un deambulatore. Un’immagine struggente e potentissima, che apre la carrellata della vita di uno sportivo simbolo di uno sport e prima ancora di un paese intero, nel bene e nel male.

Perché al di là delle imprese, dei trofei, dei gesti tecnici e atletici, c’è sempre l’uomo, con i suoi pregi e i suoi difetti. E anche il grande Pelé ne aveva, come altri campioni che in questi anni sono stati raccontati dal cinema.

Pelé Danny Harris

I registi David Tryhorn e Ben Nicholas sono due specialisti del racconto sportivo

Sia dietro la macchina da presa che da produttori, portando sullo schermo la carriera di Kenny Dalglish, leggenda del Liverpool, la rinascita di Andy Murray, gloria del tennis britannico contemporaneo, e soprattutto la struggente vita di Danny Harris, campione dei 400 ostacoli che è l’emblema del talento secondo sempre a qualcuno e dei conseguenti demoni.

Pelé non ha avuto questo problema

Il mondo si divide tra chi considera lui il più grande di sempre e chi invece parteggia per Diego Maradona. La narrazione si sposta spesso dal campo di calcio alla vita, e in quel caso lo stile di vita dell’argentino ha la peggio, tra droga, figli illegittimi e pazzie di vario genere. Il brasiliano ha sempre avuto un alone di santità che Tryhorn e Nicholas, molto rispettosamente, in parte dissipano, evidenziandone i difetti e rendendolo ben più umano.

Ma se l’infedeltà coniugale e, anche per lui, i vari figli lasciati in giro per il mondo, possono essere macchie non veniali, ma senz’altro lavabili, meno lo è la sua posizione nei confronti del regime militare in Brasile, nei confronti del quale non ha mai preso posizione, anzi, è stato in qualche modo testimonial del governo dei “Gorillas” proprio quando era all’apice del suo successo e della sua popolarità. E di questo, inevitabilmente, è la Storia a presentare il conto, prima o poi.

Pelé Emílio Garrastazu Médici
Pelé con il presidente brasiliano Emílio Garrastazu Médici

«Credo avesse la sindrome dello Zio Tom»

Lo afferma a un certo punto del film uno degli intervistati, ovvero che Pelé avesse il bisogno di compiacere il suo padrone. O più semplicemente, il Campione aveva capito che era conveniente affermare di non interessarsi alla politica, ma solo al pallone, quando si hanno così tanti ricchi contratti pubblicitari. In più, una dittatura è una dittatura, come dice anche uno dei suoi compagni di squadra, chissà come avrebbe reagito a un Pelè contro il governo.

Impossibile non pensare a un atteggiamento molto simile a quello che avrebbe tenuto, negli anni Settanta, O.J. Simpson, campione del football che per la comunità nera americana fece poco niente, preferendo un redditizio processo di white washing della sua figura pubblica.

O alla frase di Michael Jordan «anche i repubblicani comprano le scarpe da ginnastica» attribuitagli a causa del mancato appoggio al candidato nero al Senato in North Carolina, tornata alla ribalta grazie al magnifico documentario, sempre Netflix, The Last Dance.

pelé Michael Jordan

Come accade in SanPa, il documentario Pelé non prende una posizione, ma espone i fatti, oggettivi, e prende in considerazione una pluralità di voci e di punti di vista. Lo fa con grande asciuttezza e ritmo (ottimo il lavoro d’archivio e di montaggio, tra cui figura anche l’italiano Matteo Bini, già montatore del notevole Wildfire). Allo spettatore poi la decisione di giudicare o meno.

Una cosa è certa, essere una leggenda significa convivere con le ombre che ogni essere umano inevitabilmente ha. Diego Maradona è morto lasciando un patrimonio sportivo e storico inestimabile, e anche diventando prototipo, come O.J., di ciò che un campione, esempio per i giovani, non dovrebbe essere. Jordan ha fatto atto di contrizione, e i 100 milioni di dollari donati in beneficenza per supportare i percorsi scolastici all’interno della comunità nera sono la sua penitenza.

I fuoriclasse di oggi sono prodotti di marketing

Ben vengano le umane imperfezioni di chi ha toccato il cielo con un dito. È difficile essere un Dio, è il titolo di uno straordinario romanzo di fantascienza scritto dai fratelli russi Arkady e Boris Strugatsky. Ed è vero, è difficile.

A meno che il tuo nome non sia Muhammad Ali.

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