IL PADRE

The Cut Germania, 2014 Regia Fatih Akin Interpreti Tahar Rahim, Simon Abkarian, Makram J. Khoury, Hindi Zahra, Kevork Malikian Distribuzione Bim Durata 2h e 18′

In sala dal

9 aprile

Anno 1915, nell’impero ottomano. I turchi improvvisamente perseguitano duramente gli armeni, sino al genocidio. Il fabbro Nazaret Manoogian, arrestato e condannato senza ragione ai lavori forzati, riesce a sfuggire alla morte per puro caso. Ferito, privato della voce, cerca di ritrovare i suoi familiari. Prima li crede morti, poi casualmente, mentre si trascina nella disperazione, scopre ad Aleppo in Siria, nel dopoguerra, che le sue due figlie sono vive, scampate grazie a una carovana di beduini. Comincia così un’epica e drammatica odissea per ritrovarle: dall’Asia minore a Cuba, agli Stati Uniti.

Fatih Akim è un regista tedesco di origine turca. Stupisce molto (e positivamente) quindi che abbia deciso di trattare un argomento tabù e per la sua gente particolarmente difficile. Ma come si dice: la via dell’inferno è lastricata di buone intenzioni, così l’epica del disgraziato armeno alla ricerca delle sue figlie si trascina aggravata da una lunghezza eccessiva e dal peso di una retorica e una simbologia quanto mai inclini al patetismo più facile. Del resto il regista – che, ricordiamolo è autore di affascinanti operazioni cinematografiche ora drammatiche (La sposa turca), ora documentario-musicali (Crossing the Bridge: The Sound of Istanbul), ora comedy (Soul Kitchen) – sostenendo che questo è l’atto finale di una trilogia su “l’Amore, la Morte, il Diavolo” (La sposa turca e Ai confini del Paradiso gli altri due capitoli) ammette tutta la sua ambizione di confrontarsi con i massimi temi dei destini dell’Uomo. Il coraggio c’è, la temerarietà anche. Ma l’accuratezza della ricostruzione storica e lo sfolgorante alternarsi di set che passano dall’inospitalità del deserto a quella delle pianure innevate del Nord Dakota, attraversando Aleppo, il Libano, La Avana, la Florida e Minneapolis, alla fin fine producono soprattutto della splendida fotografia. Molti episodi suonano poi piuttosto forzati, vedi ad esempio la proiezione all’aperto de Il Monello di Chaplin in Siria, che vuole sottolineare l’universalità della comicità e dei buoni sentimenti, ma che rivela anche l’intellettualismo di una ricerca del riferimento cinefilo a tutti i costi (infatti nelle interviste il colto cineasta cita anche America America di Kazan, Yol di Guney, Sentieri selvaggi e Martin Scorsese). La coproduzione è multinazionale e la Francia si fa notare anche per aver dato il protagonista, l’ottimo Tahar Rahim (la rivelazione di Il profeta e di Il passato).

Massimo Lastrucci

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