Nomadland – La recensione

Usa 2020, Regia: Chloe Zhao, Interpreti Frances McDormand, Linda May, David Strathairn, Charlene Swankie Distribuzione: Walt Disney, Durata: 1h e 48’, al cinema dal 29 aprile

IL FATTO

Fern è una sessantenne che all’indomani del crollo economico di una città aziendale nel Nevada, Empire, legata alla produzione di cartongesso, e della prematura morte dell’amatissimo marito, carica i bagagli sul proprio furgone e si mette sulla strada alla ricerca di una vita al di fuori della società convenzionale, come una nomade dei tempi moderni. I viaggi si alternano ai lavori saltuari, gli incontri occasionali si aggiungono al tempo trascorso all’interno di “comunità mobili”, e la donna si interroga sul senso della propria esistenza cercando di elaborare un difficile lutto e di tornare a vivere in sintonia con il maestoso paesaggio che la circonda.

L’OPINIONE

Dopo il Leone d’oro a Venezia e i Golden Globe per regia (il primo a una donna dopo 37 anni e il primo a una donna asiatica) e opera drammatica, Nomadland di Chloe Zhao ha conquistato anche la notte degli Oscar, trionfando come miglior film, direzione e per l’interpretazione di Frances McDormand.
Il sogno americano nel film di Zhao, censurata online in Cina per alcune dichiarazioni sul proprio paese di origine, non è più fatto di case e automobili, ma di van autosufficienti e cieli aperti, piccole case viaggianti a bordo delle quali esplorare luoghi sconosciuti e bellissimi. Perché il nomadismo non è l’ultima spiaggia per chi non ha più un lavoro o un tetto sopra la testa, bensì una scelta di vita e di libertà.

«Nell’autunno del 2018, mentre ero a Scottsbluff, in Nebraska, vicino a un campo ghiacciato di barbabietole – ha raccontato la regista – leggevo ‘Desert Solitaire – Una stagione nella natura selvaggia’ di Edward Abbey, incappando in questo passaggio:Gli uomini vanno e vengono, le città nascono e muoiono, intere civiltà scompaiono; la terra resta, solo leggermente modificata. Restano la terra e la bellezza che strazia il cuore, dove non ci sono cuori da straziare. A volte penso, senz’altro in modo perverso, che l’uomo è un sogno, il pensiero un’illusione, e solo la roccia è reale. Roccia e sole.

Nei successivi quattro mesi, mentre ci spostavamo per girare il film, c’è stato un continuo va e vieni di nomadi, molti dei quali conservavano rocce raccolte durante le peregrinazioni a bordo delle loro case su ruote alimentate dal sole e dispensavano storie e saggezza davanti e dietro l’obiettivo della telecamera. Essendo cresciuta in città cinesi e inglesi, sono sempre stata profondamente attratta dalla strada aperta, tipicamente americana, che rimanda alla continua ricerca di ciò che sta oltre l’orizzonte. Ho tentato di catturarne uno scorcio in questo film, sapendo che non è possibile descrivere veramente la strada americana a chi non l’ha vissuta. Bisogna scoprirla da soli».

Per realizzare il film la McDormand ha trascorso mesi con i veri nomadi Linda May, Swankie e Bob Wells, che nella storia sono i compagni di Fern nel suo viaggio attraverso i vasti paesaggi dell’Ovest americano. «Il film non ha scopi di denuncia politica – sottolinea l’attrice – ma vuole raccontare le storie di persone alle prese con decisioni difficili». Impossibile però non mettere in relazione queste storie con l’esplodere di diseguaglianze sociali, ingiustizie economiche, sfiducia in un sistema capitalistico fallimentare. «Queste meravigliose persone vivono sulla strada – continua la McDormand – e sognano l’autosufficienza, ma riconoscono l’importanza della comunità. Vivono uno per tutti e tutti per uno e in questo sta la bellezza della loro scelta di vita. Il movimento inoltre è profondamente connesso con lo spirito umano, molto più della stanzialità. Cosa mi hanno lasciato i mesi trascorsi con loro? Una grande umiltà».

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