SEGRETI DI FAMIGLIA

Isabelle Reed è una straordinaria fotografa di guerra, una che “sapeva trovare l’immagine giusta”. La morte in un incidente stradale notturno, lungo le strade di casa, genera nella sua famiglia reazioni diverse. Il marito Gene, ex attore che ha rinunciato alla carriera per moglie e figli, diventando insegnante, non riesce a stabilire un rapporto di comunicazione con il figlio più giovane, l’adolescente Conrad, talentuoso ma introverso, mentre il primogenito Jonah non sa accettare la sua neo paternità, ritrovando una sua vecchia fiamma ai tempi dell’università.

Difficile raccontare il vuoto della morte, le reazioni, i sensi di colpa, l’impotenza del provare a recuperare l’irrecuperabile. Il norvegese Joachim Trier, al suo primo film di produzione internazionale dopo il lusinghiero esito del precedente Oslo, 31 August (2011), si inerpica su questo sdrucciolevole sentiero con un melodramma glaciale, sopito nei modi e volutamente complicato nello scorrimento della trama. Per sua fortuna, più che il compiacimento intellettualistico del rendere a ogni costo metafisico ed enigmatico quello che invece appare terribilmente concreto e umano (peraltro, va riconosciuto, le immagini oniriche sono di straordinaria suggestività), ha a disposizione degli attori che oltre ad essere impeccabili interpreti (compreso un Jesse Eisenberg dalle scelte professionali mai scontate), sono anche dei volti scolpiti e arricchiti dalla vita. Per cui, se anche ogni tanto fa capolino il tedio e un certo sonnambulismo in un andamento senza suspense, quando la cinepresa indugia (non per caso) sui volti di Isabelle Huppert e Gabriel Byrne ebbene, allora, l’artefatta sofisticheria del tutto lascia il posto a qualcosa di intenso e di autentico. In patria i critici l’hanno premiato con una menzione speciale, a Cannes, in concorso (è dal 1978 che mancava un film norvegese), è scivolato un po’ via, esercizio di bella scrittura formale tra titoli più incisivi e necessari.