TANGERINES – MANDARINI

Anno 1991. Infuria in Georgia la sporca (e per noi misconosciuta) guerra tra i nazionalisti e i separatisti della repubblica di Abcasia (i Russi sono schierati con loro). Gli estoni Ivo e Margus sono rimasti gli ultimi abitanti di un villaggio abbandonato, il primo a costruire cassette di legno per raccogliere i succosi mandarini coltivati dal secondo. Un giorno uno scontro a fuoco lascia tra le vittime, proprio sulla soglia di casa, due superstiti seriamente feriti, il mercenario ceceno Ahmed e il suo nemico, il cristiano georgiano Nika. Ivo li cura e li accoglie in casa propria, cercando una convivenza precaria, sempre sul punto di degenerare.

Di un antimilitarismo che si fa forte di scene semplici, quasi austere, Mandarini mette in scena la guerra, la sua intrinseca stupidità di fondo, con l’aiuto di pochi attori, in questo senso – ma non solo in questo – simile a uno dei capolavori di Olmi, il recente Torneranno i prati. Ivo, l’anziano protagonista, è un personaggio straordinario (lo interpreta Lembit Ulfsak che è una sorta di mattatore del cinema estone con quasi 100 titoli in curriculum), di pacate parole ma ricco di un grande e contagioso senso di pietas e umanità («in casa mia nessuno uccide nessuno»); purtroppo sarà solo una roccia sotto una tempesta che fustiga e travolge una terra altrimenti magnifica (lo si intuisce dagli scorci naturali fotografati da Rein Kotov, la citazione è doverosa). Scritto (benissimo) e diretto dal georgiano 50enne Zara Urushadze (figlio di un calciatore), il film non si perde in invenzioni narrative sofisticate o suggestioni psicologico-visionarie, è pura emozione di un realismo che parla un linguaggio universale. Infatti, meritoriamente, ha fatto incetta di premi in varie competizioni internazionali (tra cui citiamo anche il Bari International Film Festival nel 2014) arrivando alla candidatura come miglior film straniero prima ai Golden Globes, poi agli Oscar. Altamente consigliato.